venerdì 9 gennaio 2026

I LIBRI DEL LEVITICO E DEI NUMERI (prima parte)

 

(Questo articolo è apparso nel 2002 in Labor et Fides Ginevra)

I LIBRI DEL LEVITICO E DEI NUMERI NEL DIBATTITO ATTUALE SUL PENTATEUCO

(di Thomas Romer tradotto dal francese da Egidio Papetti)

INTRODUZIONE

(Prima parte)

   Vent'anni fa, le facoltà di teologia della Svizzera Romanda hanno organizzato un seminario per la terza volta intitolato: “Il Pentateuco in questione”, principalmente consacrato alla messa in questione della Teoria Documentaria e ai nuovi modelli suscettibili di tracciare le diverse tappe della formazione della Torah. Gli intervenuti a questo colloquio si chiedevano allora se bisogna comprendere i testi sacerdotali del Pentateuco come un documento all'origine indipendente, ovvero come uno strato redazionale, ciò che resta dello Javista e dell'Elohista e qual è la funzione dei testi detti deuteronomisti nel Pentateuco.

Si lega anche ai grandi temi del Pentateuco: la storia delle origini, la tradizione Patriarcale, Israele e la montagna di Dio; si comincia a interessarsi all'epoca persiana come contesto della nascita della Torah.

   Poca attenzione è accordata tuttavia al Libro dei Numeri. Come lo sottolinea molto giustamente Walter Gross in un rendiconto dell'opera collettiva all'uscita del terzo ciclo: “La ragione per la quale il Libro dei Numeri resta sempre ancora il parente povero dei dibattiti è difficile da comprendere dal punto di vista dell'oggetto, ma spiegabile dal punto di vista della ricerca”, Gross avrebbe potuto includere nella sua lucida osservazione il Libro del Levitico che, anche vent'anni fa, appariva nelle discussioni ugualmente in modo molto marginale. Se oggi il Pentateuco è sempre in questione, lo statuto del Levitico e dei Numeri è considerevolmente cambiato; questi libri si trovano ormai al centro del dibattito.

 1 IL CAMBIAMENTO DEL DIBATTITO VERSO I LIBRI DEL LEVITICO E DEI NUMERI

   Io amerei sottolineare tre aspetti della ricerca attuale sul Pentateuco avendo largamente contribuito a questo cambiamento: la questione delle tradizioni pre-sacerdotali della Torah, la discussione sul carattere e la coerenza dei testi sacerdotali e, finalmente, il dibattito sul modo con cui la Torah si è costituita come documento fondatore del giudaismo nascente.

 1 La questione delle tradizioni pre-sacerdotali nel Pentateuco

    Esistono troppo poche opinioni consensuali nel dibattito attuale sulla formazione della Torah. La distinzione tra testi sacerdotali e non-sacerdotali costituisce senza dubbio uno di quei rari assiomi che rallentano, con poche eccezioni, la maggioranza dei ricercatori. È tuttavia diventato estremamente difficile considerare un documento, anzi una tradizione anteriore a P, che avrebbe contenuto tutto il filo narrativo del Pentateuco (origini, Patriarchi, esodo, Sinai, deserto [conquista]). Un certo numero d'autori continua a designare queste tradizioni con la sigla “J”, benché questo Javista sia sovente considerato come post-deuteronomico o post-deuteronomista. Ora, si constata che gli avvocati di J fanno molta pena a ritrovare le tracce di questo documento al di là del racconto dell'uscita dell'Egitto. Il risultato della ricostruzione di J da parte di Christoph Levin fa apparire una concentrazione di più dell'80% di testi Javista nel solo libro della Genesi, mentre dopo l'uscita dell'Egitto, i testi J tendono a mischiarsi; non resta per il libro dei Numeri che qualche versetto sparso nella pericope di Balam. Un passo supplementare è stato compiuto da Reinard G. Kratz, che limita “J” al solo libro della Genesi. In modo abbastanza stravagante, Kratz designa il primitivo filo narrativo andando dall'inizio dell'Esodo fino alla fine della conquista in Giosuè 12 con la sigla “E”, ma il materiale narrativo del Libro dei Numeri è quasi assente in questa ricostruzione; solo tre versetti (20,1*; 22,1; 25,1a) fanno parte di questa “Grundschrift” (scrittura fondamento?) Secondo tali ipotesi, il libro dei Numeri non sembra contenere materiale pre-sacerdotale. Anche gli esegeti che, come Horst, Seebass, restano vicini a Julius Wellhausen e a Martin Noth e lavorano con un Javista di epoca monarchica, devono riconoscere che nei Numeri, “J” o (“JE”) è sovente difficile da ricostruire. Essi rilevano in questo libro delle redazioni post-esiliche specifiche.

   Le ricerche degli ultimi dieci anni sulle tradizioni non-sacerdotali ha chiaramente fatto apparire la loro grande diversità e complessità. Dopo aver riscoperto l'indipendenza relativa delle tradizioni patriarcali in rapporto a quelle dell'esodo e della conquista, numerosi esegeti, sembrano attualmente ritornare ad “un'ipotesi dei frammenti”, secondo la quale il legame tra le differenti tradizioni non è stata che un'opera tardiva. In questa prospettiva, il libro dei Numeri pone la questione dell’origine e della funzione delle tradizioni del soggiorno nel deserto con maggior acutezza tanto più che i testi narrativi di Numeri sono difficilmente attribuibili a un J (o JE) o a un compositore o redattore deuteronomista.

 2 I dibattiti intorno ai testi sacerdotali

    Si può osservare un'evoluzione parallela nel dibattito sui testi non sacerdotali, che ha attirato l'attenzione dei ricercatori verso il libro dei Numeri, e la discussione intorno al materiale sacerdotale, suscitando un interesse del tutto nuovo (almeno in ciò che concerne l'esegesi storico-critica) per il libro del Levitico. La messa in discussione del paradigma wellhausiano porta innanzitutto a considerare l'esistenza di testi P e la loro datazione all'epoca esilica o post-esilica come un risultato solido delle ricerche esegetiche. A guardare da vicino, tuttavia, questa unanimità attorno a P sembra meno grande di quella che appare a prima vista. Bisogna mantenere la definizione di P come un documento indipendente oppure, seguendo Frank M. Cross, considerare i testi P come redazionali, concepiti dall'origine con lo scopo di modificare e di completare dei documenti più antichi? Benché questa soluzione trovi un certo numero di avvocati, gli argomenti in favore d'un documento P indipendente sembrano vincerla: si può in effetti, nel libro della Genesi e dell'Esodo, ricostruire (malgrado qualche lacuna) un racconto sacerdotale che offre una storia e una teologia coerenti delle origini del mondo e dell'umanità come degli inizi del popolo di Yhwh. Secondo Erhard Blum, l'alternativa “strato redazionale” o “documento indipendente” è mal posta; si può immaginare che gli autori, anzi i redattori sacerdotali, si siano impegnati sia a comporre liberamente certi passaggi della loro opera, sia a integrare dei testi già esistenti. Questa idea giudiziosa significa infatti l'abbandono di una differenza all'interno del materiale sacerdotale. In considerazione della quantità e della complessità dei testi qualificati “sacerdotali”, è tuttavia auspicabile , per un'esegesi che si interessa ai contesti storici e sociologici di produzione dei testi biblici, poter rintracciare gli sviluppi e le trasformazioni dell'ambiente sacerdotale. Il dibattito è evoluto in maniera significativa da una dozzina d'anni, innanzitutto per ciò che concerne la supposta finale del documento primitivo (Pg). Mentre i sostenitori d'un Esateuco primitivo situano la fine di Pg in Giosuè 18,1 o 19,51, l'opinione della maggioranza ha, finora, seguito l'avviso di Noth e situato la finale dello scritto sacerdotale in qualche versetto del racconto della morte di Mosè in Dt 34. Questa tesi seducente può ugualmente fondarsi su una comparazione con la mitologia del Vicino-Oriente antico dove la creazione si conclude frequentemente con l'erezione d'un santuario per il Dio creatore. Numerosi cercatori seguono la proposta di Pola, includendo qualche modifica, ma il dibattito è lontano dall'essere concluso. Christian Fevrel difende energicamente la teoria classica d'una fine P in Dt 34, mentre autori come Felix Garcìa e Jean Luis Ska, trovano questa fine in Numeri 27. Questa discussione ha per conseguenza di riportare la questione del legame tra il Levitico e il documento sacerdotale primitivo. Tradizionalmente, il Levitico non entra mai nel conto circa la delimitazione di Pg, poiché si considera, al seguito di Noth, il primo scritto sacerdotale come un'opera puramente narrativa. Questo concetto ha in realtà lo scopo di fare di Pg una fonte comparabile altre fonti del Pentateuco e di scaricarla di ogni legalismo o ritualismo al fine di renderla accettabile per una certa teologia cristiana. Ma che significa il fatto di parlare d'uno scritto sacerdotale eliminando a tutti i costi tutti i testi che parlano di riti, di sacrifici, di compiti dei preti ecc.? Si può in tal modo porsi la domanda di sapere se il racconto sacerdotale può realmente concludersi senza riportare la consacrazione dei sacerdoti e l'inaugurazione del culto. Questa osservazione conduce Erich Zenger a vedere la fine di Pg in Levitico 9. Noi ritorneremo su questa questione. Notiamo per adesso che, durante questi ultimi anni e nel legame col grande interesse per i testi sacerdotali, l'esegesi d'origine cristiana (e più in particolare protestante) particolarmente dopo i lavori di Alfred Marx sul significato di sacrificio, e del commentario di Rolf Rendtorff, riscopre l'impatto teologico del sacrificio e del rituale e per questo aspetto, del libro del Levitico. Dal lato giudaico, bisogna menzionare i numerosi studi e l'importante commentario di Jacob Milgrom che hanno largamente contribuito a fare del Levitico un campo d'investigazione capitale.

 3 Il dibattito intorno alla “pubblicazione” del Pentateuco in epoca persiana

    Un altro spostamento importante della ricerca recente sul Pentateuco tocca la questione delle modalità di una prima edizione della Torah nella seconda parte dell'epoca persiana. Se c'è quasi unanimità su questa data, molti elementi restano da precisare circa gli “attori” e le “circostanze” storiche della nascita del Pentateuco. Questo non è il luogo qui di riaprire il dossier complesso della cosiddetta “autorizzazione imperiale”, che non può in ogni modo render conto dell'insieme del processo che ha condotto alla nascita di un documento riconosciuto come normativo dall'ortodossia del giudaismo nascente come dai samaritani. Anche se non è molto plausibile che l'amministrazione achemenide abbia sollecitato la pubblicazione della Torah, un testo come Esdra 7 vuol fare legittimare la Legge dal Gran re persiano. Non si considera quasi più la messa in comune di differenti documenti riuniti nella Torah come il risultato del lavoro solitario di uno o di più compilatori; da un certo tempo, si avanza l'idea del Pentateuco come un “documento di compromesso” o “documento di consenso” . Questa spiegazione è senza dubbio valida, a condizione di non limitare questo consenso a una pubblicazione comune di un gruppo sacerdotale e di un gruppo “laico”. La Torah contiene molte più voci e ideologie di quelle del clero e dei deuteronomisti, così per esempio la storia di Giuseppe, che si presta a essere letta come un patrocinio in favore della diaspora (egiziana). È merito di Eckart Otto di avere insistito sull'importanza dei codici legislativi per comprendere la formazione del Pentateuco. Se gli editori o i redattori del Pentateuco volevano, nello stesso documento, riunire il codice dell'Alleanza, il codice deuteronomista (che all'origine era stato concepito per rimpiazzare il codice dell'alleanza) e la legislazione sacerdotale, bisognava concepire dei testi che permettessero una coabitazione di questi documenti. E' così che Otto riscopre una funzione possibile del cosiddetto “codice di santità” (Lv 17-26) Di colpo la seconda parte del Levitico riceve da un po' di tempo una attenzione tutta particolare, come mostra la lista delle pubblicazioni consacrate a questi capitoli.

L'interesse per le ultime tappe della formazione del Pentateuco conduce così a rivisitare il libro dei Numeri con un'attenzione del tutto nuova. Se si dimostra che il libro contiene prima di tutto dei testi post-sacerdotali, come afferma in particolare Eckart Otto e Reinhard Achenbach, o se è, seguendo Seebass, il risultato di una “composizione tardiva” che coincide con la pubblicazione di un (proto) Pentateuco, non si può proporre una teoria globale sul Pentateuco, senza avere chiarezza sulla formazione del libro dei Numeri.

    Noi abbiamo visto come le domande recenti sulla diversità dei testi non-sacerdotali, sulla differenza e sullo scopo del materiale sacerdotale, così come sugli ultimi stadi della nascita della Torah, spostare i libri del Levitico e dei Numeri, dalla periferia al centro dell'interesse.

   Questo spostamento si manifesta in maniera esemplare in un certo numero di pubblicazioni consacrate ai libri del Levitico e dei Numeri. Per il Levitico bisogna soprattutto citare due opere collettive: “Levitikus asl Buch”, edito da Heinz-Josef Fabry e Hans-Winfried Jungling, e “The Book of Leviticus: Composition and Reception”, edito da Rolf Rendtorff e Robert Kugler. Questi due libri riflettono molto bene il nuovo orientamento della ricerca: si cerca di capire il Levitico non più come un “Flickenteppich” (tappeto cucito di pezze e bocconi), secondo l'espressione di Erhard Gerstenberger) ma come un libro che abbia senso e lo si interroga sulla funzione e lo scopo delle sue differenze che lo compongono. Che mi sia permesso di citare fra le opere salienti, la tesi di dottorato di Christophe Nihan: “From Priestly Torah to Pentateuh: A study in the Composition of the Book of Leviticus” In questo lavoro importante, l'autore propone una teoria redazionale che spiega la formazione dell'insieme del libro così come la sua funzione, dapprima nell'ambiente sacerdotale, poi nel contesto del Pentateuco. Per il libro dei Numeri non esiste ancora un'opera collettiva paragonabile ai due segnalati per il Levitico. Tre pubblicazioni mi sembrano significative per il nuovo orientamento della ricerca. (tralascio le tre citazioni di questi libri scritti in inglese, i cui titoli si possono trovare a pag. 13 del testo in francese.)

    Non è possibile, nel quadro di questo articolo, render conto in maniera esaustiva delle tesi sviluppate in queste opere e di molti altri lavori importanti consacrati ai libri del Levitico e dei Numeri. Io amerei qui semplicemente presentare qualche tema e importanti domande che sorgono nello studio di questi testi.

 II IL LEVITICO, CENTRO DELLA TORAH E FINALE DELL'OPERA SACERDOTALE?

    Il posto centrale del Levitico nel Pentateuco è riflesso nel giudaismo dalla pratica che vuole che si incominci lo studio della Torah dalla torat kohanim, il libro del Levitico. L'esegesi cristiana, quanto a lei, si è recentemente resa conto di questa posizione privilegiata tramite degli studi sincronici sull'organizzazione del Pentateuco o del Levitico. Non c'è dubbio che l'edizione d'un rotolo Levitico corrisponde a un progetto teologico e che essa non è dettata semplicemente dalla necessità pratica di ripartire la Torah in più rotoli in vista di una maggiore maneggevolezza. Se fosse stato questo il principio di ripartizione del Pentateuco, si sarebbe potuto optare molto meglio per tre o quattro rotoli di uguale lunghezza. Bisogna dunque porsi la domanda circa la specificità di questo libro. La maggior parte degli studi sulla composizione del Levitico sottolineano il posto centrale del capitolo 16; il rituale del capro espiatorio può essere compreso come conclusione d'una prima grande parte, anzi come cerniera situata al centro del rotolo. Lev 1-15 (16) tratta di questioni di sacrifici, di purità e s'indirizza al sacerdozio, mentre i capitoli 17-26 allargano l'esigenza di santità all'insieme della comunità, introducendo maggiormente questioni di ordine etico.

 1 L'origine e la funzione di Lev 1-16 e suo legame con il “documento sacerdotale”

    Si constata attualmente un cambiamento importante nelle ricerche sulle prescrizioni dei sacrifici in Lev 1-7 e Lev 11-15. Invece di voler ricostruire vecchie forme (orali) d'istruzione per i sacerdoti o per i laici, si insiste sulla funzione letteraria di questi testi. Marx vede nell'organizzazione di questi capitoli un indizio che dimostra che, per P, “il culto sacrificale non è un affare riservato ai sacerdoti, ma che è innanzitutto affare di ciascun israelita.” e James Watt insiste sul carattere persuasivo di questi testi. (lunga citazione in inglese cfr pag.15-16) La questione, tuttavia, rimane di sapere se non bisogna innanzitutto comprendere i capitoli della prima parte del Levitico in un contesto letterario più specifico, vale a dire: il disegno della produzione letteraria dell'ambiente sacerdotale. Questa questione è stata raramente posta, perché, secondo la visione tradizionale dell'esegesi storico-critica, le sole parti narrative di Lev 8-9* aveva delle possibilità di appartenere al primo scritto sacerdotale. Ora, come ha dimostrato recentemente Nihan, Lev 8-9 presuppone Lev 1-3 sul piano del vocabolario e della logica narrativa, o per riprendere un'osservazione di Marx, “il primato della delle leggi sui sacrifici vengono […] da questo che i sacrifici hanno per funzione fondamentale di rispondere alla presenza di Dio fra il suo popolo”. Questa presenza è giustamente affermata dalla presenza del kabod (della Gloria) nel santuario, in Es 40. Non è infatti possibile far seguire il racconto della consacrazione di Aronne e figli dal racconto dei primi sacrifici offerti in Lev 8-9 senza che questi sacrifici siano stati introdotti da prima. In Lev 1-3 e 8-9, la situazione privilegiata di Israele, che è la sola Nazione a conoscere il vero nome di Dio (Es 6,2s) si concretizza nel culto sacrificale. L'insistenza sull'offerta vegetale in Lev 2, che tradisce forse un'influenza persiana, rinvia all'utopia vegetariana di Genesi 1. Ciò significa che bisogna abbandonare definitivamente l'idea ricevuta di un primo scritto sacerdotale privo di qualunque contenuto d'ordine rituale o prescrittivo. L'autore del racconto sacerdotale ha potuto servirsi di documenti più antichi che è impossibile da ricostruire in dettaglio ma li ha reinterpretati fino a che essi divennero parte integrante della sua opera sulle origini d'Israele e del suo culto che lo distingue dalle altre nazioni. Se i capitoli di Lev 1-3 e 8-9 offrono una conclusione convincente all'istituzione del santuario, bisogna allora riprendere la tesi di Zenger ricordata prima e vedere in Lev 9, 23-24 la finale del documento sacerdotale primitivo? Bisogna pure riconoscere che l'insieme dei capitoli 11-15 non avrebbero allora molto senso. Questi capitoli che hanno probabilmente, come Lev 1-3, una preistoria letteraria, s'integrano anch'essi molto bene nell'ideologia del racconto sacerdotale delle origini. La lista degli animali puri e impuri in Lev 11 così come le differenti indicazioni permettendo di diagnosticare e trattare ogni sorta di impurità in Lev 12-15, le quali possono essere spiegate con l'aiuto di differenti approcci di tipo antropologico e sociologico, rinviando, nel quadro dello scritto sacerdotale, ai primi capitoli della Genesi. Leggere alla luce di Gen. 1 e 6-9* infatti, la restrizione di animali adatti al sacrifico e dunque consumabili, distingue Israele dagli altri popoli e lo avvicina alla creazione ideale, segnata dal vegetarismo. Lo stesso, la possibilità di poter “controllare” l'impuro ricorda la preoccupazione del racconto della creazione: istituendo l'ordine mediante la separazione e il controllo del caos. In questa prospettiva, si può facilmente immaginare che il primo scritto sacerdotale abbia integrato una parte importante del materiale legislativo - che d'altra parte, nella sua forma attuale, sottolinea la mediazione indispensabile del sommo sacerdote rappresentato da Aronne – e che sia terminato in Lev 16*. Questo capitolo offre in effetti una conclusione appropriata al documento sacerdotale primitivo: la purificazione del santuario e della comunità così come l'invio del capro verso Azazel assicurano definitivamente la presenza di Yhwh in mezzo al suo popolo. Si può così vedere un ultimo climax nel fatto che in Lev 16, Aronne entra per la prima volta nel santo dei santi sostituendo Mosè in quanto mediatore cultuale.

   Se si postula un racconto sacerdotale primitivo che va da Gen 1 a Lev 16, resta la questione di sapere perché Lev 1-16 è stato messo su un rotolo separato, mentre il rotolo sacerdotale di Gen-Es* avrebbe ben potuto contenere ancora i testi facenti parte del racconto “P” originale (1-3*; 8-9*; 11-16*). È necessario spiegare la separazione tra Es 40 e Lev 1 con il fatto che, contrariamente a Gen 1-Es 40 (P), il materiale di Lev 1-16 esisteva già in gran parte sotto forma di documenti scritti?

La ricostruzione del testo P da Gen 1 a Es 40 e del testo primitivo di Lev 1-16 rivela due testi di lunghezza uguale. Ci si può dunque domandare se il primo documento sacerdotale non sia stato subito consegnato su due rotoli distinti “la cui lettura e meditazione costituivano allora due stadi successivi dell’iniziazione dei membri della comunità del Tempio  Gen-Es rappresentano in qualche modo lo stadio “esoterico”(della creazione alle origini del Tempio) e Lev 1-16 lo stadio “esoterico”, con la rivelazione della Torah divina ”. Oppure bisogna semplicemente adottare l'idea che il primo racconto sacerdotale si concludeva in Es 40, e che sia stato completato in seguito dal materiale di Lev 1-16? La questione resta ancora aperta. Nonostante che sia ormai divenuto impossibile escludere Lev 1-16 dal dibattito sull'origine degli scritti sacerdotali.

 2 Lev 17-26 e la questione del codice di santità

    Le interpretazioni della seconda parte del Levitico sono attualmente di una grande diversità: Mentre alcuni ricercatori restano fedeli all'idea di un codice legislativo che troverebbe la sua origine all'epoca monarchica, degli altri (in particolare E. Blum, F.Crusemann e A.Ruwe) ritengono che i capitoli Lev 17-26 facciano parte integrante di P. Ora, come hanno dimostrato in particolare Israel Knohl e Jacob Milgrom, questi capitoli si distinguono sul piano terminologico e teologico dai testi sacerdotali che tuttavia sembrano conoscere. Lev 17-26 sembra d'altra parte presupporre anche il codice deuteronomico (e per conseguenza anche il codice dell'alleanza). Gli esegeti che si oppongono all'indipendenza del “codice di santità” hanno spesso fatto rimarcare che il capitolo 17 non costituisce un'introduzione indipendente. Questa obiezione è tolta tuttavia se si considera l'insieme di Lev 17-26 non come uno scritto indipendente, ma come redatto insieme in quanto complemento a Lev 1-16. Otto ha recentemente provato a dimostrare a più riprese che l'autore del codice di santità voleva armonizzare le altre collezioni legislative della Torah nascente (il calendario delle feste in Lev 23 riprende Es 23,14-17 e Dt 16 ma adotta, contro questi testi la data precisa di P per celebrare la Pasqua. Contrariamente a P ma, in conformità con Dt 16, la Pasqua è posta in apertura della settimana degli azzimi). Questa messa in relazione di differenti codici non produce per forza un codice il cui scopo sarebbe l'applicazione concreta delle prescrizioni ma, piuttosto, come ha dimostrato Hanna Liss, un codice “fittizio” il cui scopo è “da una collezione di testi giuridici, lasciare per dopo un'applicazione aperta a diventare testo” cioè: registrare nella Torah il fondamento dell'esegesi rabbinica. Questo fenomeno può essere illustrato con l'aiuto di Lev 17, che, come diciamo sovente, vuole correggere Dt 12 ( e anche Gn 9,3-4P) vietando ogni macellazione profana. Questa interdizione, assurda nel contesto della diaspora, non ha senso sul piano letterario, cioè nella finzione del testo, secondo la quale tutto Israele è accampato intorno al mishkan. Secondo Otto, Lev 17-26 appartiene alla redazione del Pentateuco ma, il vocabolario di questi capitoli, sembra invece militare in favore di una redazione specifica che si può chiamare, seguendo Knohl e Milgrom, “scuola/redazione di santità”. Questa redazione, di cui il terminus ad quem potrebbe essere il papiro pascal di Elefantina del 419 prima della nostra era, ha senza dubbio aggiunto un certo numero di testi in Esodo. Questa nuova visione del codice di santità, se non raggiunge l'unanimità, potrebbe spiegare bene numerosi particolari di Lev 17-26. Se lo scopo di questi capitoli consiste nell'armonizzare (sul piano letterario) dei codici più antichi, si pone la domanda di sapere per quale contesto letterario essi sono stati redatti. Si trattava d'un “proto Pentateuco” contenente già il Deuteronomio? Che cosa allora dei Numeri? E come spiegare in questo quadro la doppia finale del Levitico?

 3 La doppia finale del Levitico: Lev 26-27

    Come quella di Giosuè (23 e 24) il libro del Levitico si chiude con una doppia conclusione, che ha richiamato poco l'attenzione degli esegeti. Non c'è infatti alcun dubbio che questo capitolo non vuole solo concludere il codice di santità, ma l'insieme della rivelazione della Torah, anzi un “Tritoeuco” (Gn-Lev). Lev 26,40-45 combina le due tradizioni dell’alleanza, la “berit” con i Patriarchi e l'alleanza conclusa con la generazione dell'esodo, e allo stesso modo, la teologia sacerdotale e la teologia deuteronomista. Le maledizioni in caso di non rispetto della legge sono chiaramente costruite in parallelo con Dt 28. Come Dt 28, Lev 26 chiude la serie delle maledizioni con l'annuncio della deportazione e la descrizione di una vita in esilio (cfr Dt 28,58-68 e Lev 26, 31-38), ma contrariamente a Dt 28,68 che si conclude con l'annuncio del ritorno in Egitto

(cfr. 2Re 25,26), Lev 26 prevede nel finale (vv 40-45) la possibilità d'un avvenire, mediante la riaffermazione dell'alleanza esodica. Questa struttura di Lev 26 che, nei suoi ultimi versetti sembra voler opporsi alla visione della storia Dtr, suggerisce dunque una conclusione parallela, ma forse anche concorrente, a quella del Deuteronomio. È da qui possibile immaginare una prima Torah “sacerdotale” che non conteneva il Deuteronomio (né i Numeri)? Le allusioni al Deuteronomio in Lev 17-26 sarebbero allora da comprendere non come sforzo d'integrazione del libro, ma piuttosto come una strategia di sostituzione, come in precedenza Deuteronomio era stato concepito per sostituire il codice dell'alleanza. Esiste forse un'attestazione di tale “Tritoeuco” nelle testimonianze di Ecateo d'Abdera sui giudei d'Egitto alla fine del quarto secolo prima della nostra era, Ecateo cita un documento di Mosè che si conclude così: “Alla fine delle leggi si trovano scritte queste parole: Mosè ha udito queste parole da Dio e le trasmette ai giudei”. Secondo certi autori, si tratta d'una citazione approssimativa della fine del libro del Levitico. Adottando l'ipotesi secondo la quale Lev 26 rappresenta la conclusione d'un insieme Gn-Lev, si può più facilmente spiegare l'aggiunta della nuova conclusione in Lev 27. Come ha dimostrato Wilfred Warning, Mary Douglas e altri, questo capitolo riprende i temi di Lev 26, il cui scopo è di sottolineare l'unità del libro del Levitico e di rendere così

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