Per la storia d’Italia la cronaca
di quella stagione politica a Brescia, che vide l’ascesa politica di Cesare
Trebeschi, è poca cosa, ma in una misura non piccola, partecipa di una stagione
tragica per Brescia e per l’Italia. Mi riferisco alla stagione che ha inizio
con le lotte studentesche del ’68 con le lotte operaie del ’69, la strage della
Banca dell’Agricoltura a Milano e continuerà per molti anni con altre stragi e
con il terrorismo delle Brigate Rosse, un periodo che sarà definito: “Gli anni
di piombo”.
Nel
1968 io mi ero iscritto all’Università Cattolica a Brescia, coronando un sogno
che, figlio di un operaio e primogenito di una famiglia numerosa, avendo
cominciato a lavorare a 14 anni, non avevo potuto realizzare, cioè: studiare.
Tornato dal servizio militare, conseguito il diploma magistrale da privatista,
entrai entusiasta all’Università. E cosa mi capita: i figli della ricca
borghesia milanese, che non avevano mai dovuto lavorare che godevano dei
privilegi dei ricchi, si inventarono che la classe operaia erano loro e che lo
stato italiano doveva essere distrutto, e cominciarono proprio dall’Università,
e purtroppo ci riuscirono.
Io
militavo dal 1958 nella Democrazia Cristiana, il partito al potere e come tale
responsabile di tutto quel che non funzionava in Italia, non solo, un partito
che doveva essere combattuto e sconfitto, se necessario con le armi, (lo
faranno le B.R.), ma anche di essere mandante delle stragi.
La
corrente DC di Forze Nuove alla quale appartenevo, aveva in Carlo Donat-Cattin
il suo referente nazionale e a Brescia il gruppetto dirigente era composto
dall’on. Michele Capra, Sandro Fontana, Gianni Landi, Piero Lussignoli, Mario
Fappani, Egidio Papetti, e la nostra militanza nella DC mirava ad organizzare,
in città e provincia, lavoratori, operai, contadini, quel vasto mondo popolare
che ha fatto la fortuna della DC e dell’Italia. Forse con un certo ottimismo
pensavamo che nella DC, partito interclassista d’ispirazione cristiana, anche
noi giovani operai cresciuti nelle file dell’Azione cattolica e all’oratorio,
avremmo potuto diventare “classe dirigente”. Ed infatti ci riuscimmo!
Nel
1970, alle elezioni amministrative del comune di Brescia, un manipolo di
quattro operai si presentarono candidati per il consiglio comunale e furono
eletti tutti e quattro. In quell’anno si eleggevano per la prima volta i
consigli delle Regioni istituite da poco e il prof. Sandro Fontana fu eletto
consigliere per Brescia.
Non
era il primo importante successo della corrente DC di Forze Nuove. Negli anni
precedenti il sodalizio si era formato dapprima all’interno del movimento
aclista e poi nella militanza sindacale della CISL. Nel 1967 Papetti e Santi,
un salariato di Bagnolo Mella, parteciparono al Congresso Nazionale della DC
che si svolse a Milano; in quell’occasione conobbi Carlo Donat Cattin. L’anno
successivo nelle elezioni politiche riuscimmo a convincere Michele Capra a
candidarsi per il Parlamento; venne eletto con grande successo di voti e fu il
primo importante successo della nostra corrente.
Michele
Capra, ancora giovanissimo aveva partecipato alla Resistenza e fu partigiano
assai intraprendente e spericolato; quando lo conobbi alle Acli di cui fu
Presidente, divenne per sempre il mio maestro in politica; frequentai la sua
casa, aveva simpatia per me; era impiegato all’Iveco, che allora aveva ancora
la vecchia definizione: OM Brescia. All’ interno di questa azienda guidò le
lotte sindacali assai aspre contro la politica discriminatoria
dell’amministratore Fiat, il leggendario Valletta.
Tornando
alle elezioni amministrative del 1970, i quattro eletti in consiglio comunale
erano: Piero Lussignoli, Stefano Frerini, Gianni Gei e Egidio Papetti. La DC
conquistò 21 consiglieri su 50. Il sindaco Bruno Boni, sindaco
ininterrottamente dal 1947, presentò la stessa Giunta precedente con tutti i
medesimi assessori, nonostante il gruppo DC si fosse rinnovato per più di un
terzo. Il che ci mise nella condizione, noi quattro nuovi, di dichiarare che
Sindaco e Giunta li avremmo votati solo per disciplina di partito. Toccò a me
esordire con la dichiarazione di voto che sorprese sia il Sindaco sia il
capogruppo DC, Giulio Onofri.
La
prima scelta molto importante che ci toccò di affrontare fu la nomina del
presidente dell’Azienda dei Servizi Municipalizzati (ASM). Azienda multiservizi
che forniva alla città: energia elettrica, trasporto urbano, raccolta rifiuti,
distribuzione del gas metano, gestione dell’acquedotto, spazzatura strade ed
era in fase espansiva fornendo servizi anche ad altri comuni della provincia.
La
situazione si presentava del tutto nuova perché qualche tempo prima il
presidente l’ing. Dordoni, tecnico di grande valore, (fu lui per primo a
proporre il teleriscaldamento della città), uomo di Boni, morì improvvisamente
per infarto. Gli succedette fino alla scadenza del mandato l’ing. Fasser che
era vicepresidente, ma che non volle candidarsi per il nuovo mandato essendo
piuttosto anziano.
Tuttavia,
i candidati non mancavano; era pacifico che il presidente sarebbe stato scelto
dalla DC e qui le cose stavano così: Boni aveva il suo nuovo candidato nella
persona di un commerciante di nome Stefanutti, che io non ho conosciuto e
nemmeno conoscevo la sua eventuale competenza a guidare l’ASM. La DC comunale
guidata dalla maggioranza “Basista”, che era chiamata la corrente degli
avvocati perché i loro principali esponenti erano avvocati, candidavano l’avv.
Bini, che riteneva che la presidenza gli toccasse quasi fosse una scelta
dinastica. Noi di Forze nuove, non avevamo persone idonee ad un incarico così
prestigioso e quindi ci guardammo in giro nel cosiddetto mondo cattolico. Fu
Michele Capra a suggerire il nome di Cesare Trebeschi, avvocato pure lui, che
aveva fatto qualche esperienza amministrativa a Cellatica dove abitava, gli era
amico per i trascorsi fatti nelle Fiamme Verdi, negli anni della Resistenza; Il
padre di Cesare, Gian Andrea Trebeschi era stato arrestato dai fascisti dopo
l’8 settembre del ’43 e internato a Mauthausen dove vi morì per le fatiche
sopportate. Cesare Trebeschi non era inscritto a nessun partito, e godeva fama
di studioso delle comunità montane, i suoi testi e i suoi studi era molto
apprezzati. Era quindi un uomo di grande prestigio.
Fu
così che una mattina Capra, Landi, Lussignoli e Papetti, si recarono nel
vecchio studio di avvocato che fu di suo padre, in via delle Battaglie a
Brescia per un incontro che segnerà l’ascesa politica di Cesare Trebeschi per
15 anni.
Dopo
i soliti convenevoli e qualche ricordo della Resistenza, si venne al dunque
dell’incontro e fu chiesto a Trebeschi “se ci consentiva di fare il suo nome
come candidato alla presidenza dell’ASM”, ovviamente senza promettergli nulla.
La sua risposta fu una sonora risata dicendo, “guardate che non mi vota
nessuno, ma cosa credete!”. In verità il suo pessimismo era giustificato dal
fatto che conosceva meglio di noi cosa bolliva nella pentola DC e negli altri
partiti di maggioranza, ma pure nel PCI che era all’opposizione; a suo giudizio
i giochi erano già fatti. Tuttavia, ci congedò dicendoci: se vi serve il mio
nome usatelo pure; era quello che volevamo. Io credo che oltre all’amicizia con
Michele Capra, avesse anche qualche simpatia per noi lavoratori che volevamo
contare nella Brescia democratica, dominata da poche famiglie della borghesia
cattolica ed anche molto bigotta e clericale.
Ci
trovammo subito a combattere su due fronti: il primo era il Comitato comunale
DC a maggioranza basista, che doveva indicare il nome del candidato al gruppo
consiliare. Il Segretario era l’avv. Perfumi, uomo dell’avv. Padula - il vero
capo della corrente basista. Quando si iniziò la discussione Padula fece il
previsto nome dell’avv. Bini. Papetti che era membro anche di questo Comitato,
fece il nome di Trebeschi; Padula accolse il nome con grande disappunto
esclamando: “Ma sei matto, a Trebeschi non farei amministrare neanche il mio
condominio.”. Papetti tenne il punto, ma ai voti passò a maggioranza il nome di
Bini, il quale aveva per noi operai un non dissimulato disprezzo.
Il
secondo fronte era costituito dal gruppo consiliare composto grosso modo da tre
correnti: i fanfaniani di Boni, i Basisti, noi di Forze nuove più uno scelbiano
avverso comunque ai basisti. Nessuno dei tre aveva la maggioranza.
Nella
prima riunione, il capo gruppo Giulio Onofri propose Bini quale candidato
indicato dal partito. Dopo lunga discussione nella quale fu fatto a pezzi
l’avv. Bini, si passò ai voti e l’avv. Bini fu bocciato. Gli uomini di Boni,
noi di Forze Nuove e lo scelbiano votammo contro. L’ Avv. Bini era fuori gioco,
ma non venne indicato nessun altro candidato anche se in campo restavano altri
due nomi Trebeschi e Stefanutti.
Ci
furono molti contatti e incontri fra tutti i protagonisti; noi restammo fermi
sul nostro candidato ed anche Boni mantenne vivo il suo, il quale per quanto
ricordo, essendo Mario Fappani che teneva i contatti con lui, era abbastanza
lusingato di essere protagonista in questa controversia ma, nello stesso tempo,
si rendeva conto di non essere forse il più adatto a guidare l’azienda.
Se
fossimo andati ai voti nel gruppo DC senza nessun accordo, sarebbe prevalso
proprio Stefanutti, perché escludendo che i basisti e noi lo votassimo, il
gruppo di Boni avrebbe avuto la maggioranza relativa.
Fu
a questo punto che i basisti si convinsero che era meglio votare per Trebeschi;
Giulio Onofri convocò il gruppo, propose Trebeschi e fu eletto all’unanimità
Presidente di ASM. All’uscita della sala dove si svolse la riunione, il Sindaco
Boni che dava del lei a tutti, mentre eravamo sulla porta, mi apostrofò
storpiando il mio nome, in dialetto dicendo: “Guardi lei Papotti che Trebeschi
è mio amico” Il vecchio volpone se ne attribuì il merito.
La
presidenza Trebeschi fu caratterizzata da due scelte importanti per la città,
che suscitarono grande interesse, ma anche molte discussioni. Egli diede avvio
al progetto di Teleriscaldamento, una novità assoluta in Italia; un sistema in
vigore con buonissimi risultati in paesi dell’est sovietico e nel nord Europa
dove gli inverni erano assai più freddi che da noi. In breve, si trattava di
abolire le caldaie condominiali e le tante caldaie singole disseminate in tutta
la città, con tassi di inquinamento atmosferico molto alto, e concentrare la
produzione di calore in un’unica centrale, il cui inquinamento sarebbe stato
controllato e quindi molto contenuto, e distribuire il calore in tutta la città
attraverso una rete sotterranea di tubi d’acciaio.
Il
progetto ebbe grande successo, e impegnò l’azienda per oltre un decennio,
mettendo sottosopra quasi tutte le vie cittadine; ovviamente tutta l’esecuzione
fu accompagnata da molte discussioni e molte critiche, ma il successo fu
innegabile.
L’altra
importante decisione fu l’acquisto degli autobus urbani; il tradizionale
fornitore era l’Iveco, la fabbrica bresciana di autocarri, che utilizzava gli
chassis degli autocarri carozzandoli come autobus: scomodi, rumorosi, costosi e
poco adatti nei tragitti urbani. La Francia in fatto di trasporti era molto più
evoluta che da noi e la Saviem, aveva progettato un autobus appositamente per i trasporti urbani; era
silenzioso con il pianale abbassato per facilitare la salita e la discesa dei
passeggeri, sospensioni che lo rendevano adatto a attutire le buche o i tratti
stradali sconnessi, insomma, un bus all’avanguardia.
L’acquisto
suscitò prima di tutto, un’alzata di scudi dell’Iveco stessa, spalleggiata dai
sindacati e dall’opposizione, per timore che la scelta comportasse la perdita
di posti di lavoro. Ma Trebeschi tenne il punto e poco dopo cominciarono a
circolare in città i primi Saviem. Su questi autobus non ci sono mai salito non
posso dire niente per esperienza personale, mi sembra di ricordare che la
novità fu accolta con interesse e curiosità dai cittadini.
Tuttavia,
il vero fatto positivo di questa scelta fu che, sia l’Iveco che la Fiat e altre
ditte produttrici di autobus urbani ed extra urbani nonché l’indotto di queste
aziende, si resero conto che la concorrenza francese poteva far breccia in
molte città italiane, nelle quali le forniture furono sempre garantite da
aziende italiane; e corsero ai ripari studiando e progettando autobus nuovi e
moderni sull’onda di quanto aveva fatto la Francia.
Vorrei
ricordare anche un altro aspetto di questa presidenza, Trebeschi studioso e
bibliofilo di grade curiosità e sapienza, fece ristampare da Sintesi, una
società di ASM, molti volumi introvabili riguardanti Brescia e la Lombardia. Ne
ricordo solo alcuni: La tesi di laurea di Padre Bevilacqua, sulla legislazione
operaia nei primi anni del ‘900; i numerosi volumi di Carlo Cattaneo: Il
Politecnico, Topografia medico statistica di Brescia, di Menis Walter
funzionario del governo austrico, che fornisce un ampio resoconto del 1837.
Sempre di Carlo Cattaneo: Notizie naturali e civili sulla Lombardia.
Nell’amministrazione
comunale, dopo l’elezione di Cesare Trebeschi le cose non furono subito
tranquille, la nostra critica circa la necessità di rinnovare la rappresentanza
in Giunta con nuovi assessori, continuò senza tregua, mettendo più di una volta
in difficoltà il Sindaco, finché si giunse ad un rimpasto della vecchia
rappresentanza due assessori si dimisero per lasciare il posto a due nuovi:
Piero Lussignoli e Aldo Ungari entrambi neoeletti.
Nel
partito, nel comitato comunale, essendo stato Perfumi nominato nel consiglio di
ASM, fu eletto segretario Il dott. Albertini, moroteo esponente del gruppo che
faceva riferimento all’on. Franco Salvi, notoriamente appartenente allo staff
di Aldo Moro; anche il nostro gruppo faceva parte di questa maggioranza
unitamente ai basisti. Bisogna dire con chiarezza che è sotto la direzione del
prof. Albertini che si incomincia a ipotizzare la sostituzione di Bruno Boni a
sindaco della città. Le ragioni sono prevalentemente quelle dovute alla
difficoltà che Boni incontra, nella mutata situazione politica, a gestire con
la tradizionale abilità del passato. Non solo, chi ha l’occasione di
frequentarlo da vicino constata un certo decadimento fisico nella persona, inoltre
Boni era sindaco da troppi anni; ma, soprattutto, nel partito la figura di Aldo
Moro stava assumendo un’importanza crescente per la sua attenzione ai movimenti
giovanili, alle istanze dei lavoratori e alla necessità per la DC di
rinnovarsi; in questo periodo così tragico per l’Italia Aldo Moro era la DC del
rinnovamento. Nel 1974 la bomba di Piazza Loggia trovò Boni assolutamente
spiazzato da questo evento. Posso testimoniare, essendo salito con lui nel suo
ufficio quando scese dal Palco dove assisteva al comizio di Castrezzati, che
Boni non si rese conto della gravità, tanto che mi disse: “speriamo che sia un
petardo”, non solo, ma non prese nessuna decisione, poi l’ufficio si riempì di
persone e la gestione degli avvenimenti dei giorni successivi passò al
Presidente della Provincia, Ciso Gitti.
Nel
1977, in una lettera scritta all’on. Dezan, fanfaniano come lui, lettera
ampiamente utilizzata nelle descrizioni giornalistiche locali (Guido Costa e
Massimo Tedeschi), Boni attribuisce la sua sostituzione ad una premeditata
strategia messa in atto dai suoi avversari nel partito, i quali perfidamente
avrebbero anche organizzato la sceneggiata tumultuosa nel giorno dei funerali
per impedirgli di pronunciare il suo discorso, definito dal Presidente Leone:
“un grande discorso”. Questa ricostruzione ex post è falsa, le cose non
sono andate così. La decisione di sostituire Boni maturò all’interno del
Comitato comunale della DC indipendentemente dai fatti della strage; Il prof.
Albertini convocò, alla vigilia delle elezioni del 1975, l’assemblea di tutti
gli scritti della maggioranza comunale presso il Cinema Brixia vicino alla
chiesa di S. Faustino, e lì fu presa la decisione di sostituire Boni. Ricordo
che fra i pochi contrari ci fu Mino Martinazzoli, del quale non ho mai capito
se fosse convinto o se l’avesse fatto per distinguersi dagli altri. Tanto che,
eletto Trebeschi, anche Martinazzoli fu eletto nel consiglio comunale. Il nome
di Cesare Trebeschi era il candidato ideale per quel mondo cattolico che, per
dedizione agli altri, per serietà professionale, per rigore morale, era
rappresentato dall’ on. Salvi. Inoltre, Trebeschi non apparteneva a nessun
partito e l’esperienza in ASM l’avevano fatto apprezzare sia per le iniziative,
ma anche per le sue capacità politiche. Naturalmente il nostro gruppo, che nel
frattempo si era anche diviso, con l’on. Capra in testa ne fu lusingato. Anche
questa battaglia l’avevamo combattuta e vinta. Cesare Trebeschi sarà sindaco
per due mandati, in una stagione di grandi cambiamenti politici