giovedì 19 marzo 2026

ANTONIO POLITO UN GIORNALISTA LIBERO E CORAGGIOSO

 

ANTONIO POLITO: Un giornalista libero e coraggioso

 Prima che leggiate questo articolo, per dovere di trasparenza vi avverto: l’autore dirà Sì al referendum sulla separazione delle carriere, pur non avendo votato per il centrodestra, che nel suo programma elettorale annunciava con chiarezza questa riforma. Aggiungo di aver scelto il Sì anche al referendum che nel 2020 ridusse il numero dei parlamentari, nonostante non avessi votato per i Cinquestelle che l’avevano voluto. E, per completare il quadro, confesso di aver detto No alla riforma costituzionale di Matteo Renzi.

Credo infatti che il valore dell’istituto referendario stia proprio nel non chiedersi, almeno per una volta, «a chi giova», ma «che cosa giova» al Paese. Nel decidere dunque con la propria testa, e non per lealtà di partito o in odio agli «altri». E penso che questo principio debba ispirare un giornale indipendente: a differenza dei fogli militanti, la sua funzione non è di mobilitare i lettori per obiettivi politici, ma di orientarli su norme e valori.

Se si guardano così le cose, allora risulta (perlomeno a me) evidente che la riforma in discussione non «stravolge» affatto la Costituzione, ma anzi la attua e la completa; e che quindi tutte le solite intimazioni («giù le mani», «non si tocca») questa volta sono davvero infondate. È singolare che ogni discorso in favore del No dimentichi (o censuri) proprio un articolo della Carta: il 111. Fu approvato nel 1999 quando al governo c’era il centrosinistra, ma con la convergenza bipartisan del centrodestra. 

Il testo dice che «ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale». La Costituzione contiene dunque già il principio che ispira la separazione delle carriere; perché se il pm è una delle due parti, cioè l’accusa, non può essere consanguineo, stare nella stessa carriera professionale e nello stesso organo di autogoverno, con un giudice «terzo e imparziale». Una «parte imparziale» è un ossimoro: ricordo il titolo di un saggio dell’avvocato Giacomo Matteotti, la vittima più illustre del fascismo, Il pubblico ministero è parte.

Sarò un inguaribile idealista, ma ritengo che i principi in democrazia siano importanti. Ne discendono enormi conseguenze per i diritti dei cittadini. La divisione in due del Csm, uno per i pm e l’altro per i giudici, e l’istituzione di un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari, ne sono solo l’applicazione. È vero che il sorteggio può suonare strano per un organo che è abitualmente definito sui giornali il «parlamentino dei giudici», proprio perché lo si elegge su liste di correnti (veri e propri «partiti» interni alla magistratura) e gli si attribuiscono compiti di rappresentanza politica nei confronti degli altri poteri dello Stato. 

Ma anche qui sono andato a rileggere la Costituzione, articolo 105: «Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Stop. Non trovo traccia di «parlamentini». Solo funzioni di alta amministrazione, che anche un magistrato indipendente dalle correnti può benissimo svolgere. Limitando cosi il rischio di cordate, favori, do ut des, o peggio ancora veri e propri «mercati delle vacche», come quello emerso nel Csm del «caso Palamara».

Arturo Parisi, fondatore dell’Ulivo, si è espresso con analoghi argomenti a favore del Sì, ma aggiungendo: «senza illusioni di vittoria»; perché «da troppo tempo il Paese è attraversato a destra come a sinistra da ricorrenti tempeste di populismo di tipo qualunquista. Un sentimento dove la distinzione tra l’accusa e il giudizio fatica a farsi strada, essendo già la prima una sentenza che attende solo conferma». Il modo in cui si è svolta la campagna referendaria ha confermato in pieno il suo pessimismo.

Si era promesso di non «politicizzare» la consultazione referendaria. Ci siamo invece ricascati in pieno. Il fronte del No esplicitamente, invitando a votare contro Giorgia Meloni. Esponenti del Pd come Goffredo Bettini, che si erano apertamente espressi per il Sì, hanno comunicato di aver cambiato idea per sfruttare l’occasione di dare un colpo al governo. Bugie, falsi allarmi, arruolamenti di defunti e processi alle intenzioni sono stati usati a piene mani, approfittando della complessità della materia.

Ma anche il centrodestra, attento a ribadire che il governo non si dimetterà in ogni caso, ha finito con il «politicizzare» la sua campagna nel modo peggiorecontro i magistrati. Si è attribuito alla riforma il potere di mettere fine a errori giudiziari, di evitare assoluzioni di spacciatori e pedofili, di liberare bambini nel bosco, tutte cose che non sono e non possono essere lo scopo della riforma. La quale però potrebbe provocare un effetto indiretto sul funzionamento del nostro sistema giudiziario. Considerando il numero elevatissimo di assoluzioni che ci sono in Italia, un vero e proprio record, si deve infatti pensare che molti processi nascano in realtà già morti nella fase delle indagini preliminari; e che, invece di essere archiviati subito, la solidarietà professionale dei giudici nei confronti dei pm ne prolunghi l’agonia per anni con il rinvio al dibattimento, dilatando cosi i tempi del processo (in spregio alla Costituzione, che prescrive una «ragionevole durata»).

C’è poi una forma più sofisticata di «politicizzazione», quella cui ha fatto ricorso Mario Monti sul Corriere con un seducente sillogismo: se la Meloni è amica di Trump, e Trump è contro lo Stato di diritto, allora anche il Sì lo sarà. Ma, come ha detto la giudice Bernadette Nicotra, che è stata anche procuratore e ora è membro del Csm, «nel testo definitivo non c’è un solo articolo che sottoponga il pm all’esecutivo». E per quanto il contesto internazionale possa contare, il testo a mio parere conta di più.

NB. Questo articolo è apparso sul Corriere della Sera il giorno 18 marzo 2026

 

Nessun commento: