ANTONIO POLITO: Un giornalista libero e coraggioso
Credo infatti che il valore dell’istituto referendario stia proprio nel
non chiedersi, almeno per una volta, «a chi giova», ma «che cosa giova» al
Paese. Nel decidere
dunque con la propria testa, e non per lealtà di partito o in odio agli
«altri». E penso che questo principio debba ispirare un giornale indipendente:
a differenza dei fogli militanti, la sua funzione non è di mobilitare i lettori
per obiettivi politici, ma di orientarli su norme e valori.
Se si guardano così le cose, allora risulta (perlomeno a me) evidente che la riforma
in discussione non «stravolge» affatto la Costituzione, ma anzi la attua e la completa; e che quindi tutte
le solite intimazioni («giù le mani», «non si tocca») questa volta sono davvero
infondate. È singolare che
ogni discorso in favore del No dimentichi (o censuri) proprio un articolo della
Carta: il 111. Fu approvato nel
1999 quando al governo c’era il centrosinistra, ma con la convergenza
bipartisan del centrodestra.
Il testo dice che «ogni processo si svolge nel
contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti a un giudice
terzo e imparziale». La Costituzione
contiene dunque già il principio che ispira la separazione delle carriere; perché se il pm è una delle due parti, cioè
l’accusa, non può essere consanguineo, stare nella stessa carriera
professionale e nello stesso organo di autogoverno, con un giudice «terzo e
imparziale». Una «parte
imparziale» è un ossimoro: ricordo il titolo
di un saggio dell’avvocato Giacomo Matteotti, la vittima più illustre del
fascismo, Il pubblico ministero è parte.
Sarò un inguaribile idealista, ma ritengo che i principi in democrazia siano
importanti. Ne discendono
enormi conseguenze per i diritti dei cittadini. La divisione in due del Csm,
uno per i pm e l’altro per i giudici, e l’istituzione di un’Alta Corte per i
procedimenti disciplinari, ne sono solo l’applicazione. È vero che il sorteggio può suonare strano per un organo che è abitualmente definito sui
giornali il «parlamentino dei giudici», proprio perché lo si elegge su liste di
correnti (veri e propri «partiti» interni alla magistratura) e gli si
attribuiscono compiti di rappresentanza politica nei confronti degli altri
poteri dello Stato.
Ma anche qui sono andato a rileggere la Costituzione,
articolo 105: «Spettano al
Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento
giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e
i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Stop. Non trovo traccia di «parlamentini». Solo funzioni di
alta amministrazione, che anche un
magistrato indipendente dalle correnti può benissimo svolgere. Limitando cosi il rischio di cordate,
favori, do ut des, o peggio ancora veri e propri «mercati delle vacche», come quello emerso nel Csm del «caso Palamara».
Arturo Parisi, fondatore
dell’Ulivo, si è espresso con
analoghi argomenti a favore del Sì, ma aggiungendo:
«senza illusioni di vittoria»; perché «da troppo tempo il Paese è attraversato
a destra come a sinistra da ricorrenti
tempeste di populismo di tipo qualunquista. Un sentimento dove la distinzione tra l’accusa e il
giudizio fatica a farsi strada, essendo già la prima una sentenza che attende
solo conferma». Il modo in cui si è
svolta la campagna referendaria ha confermato in pieno il suo pessimismo.
Si era promesso di non «politicizzare» la
consultazione referendaria. Ci siamo invece
ricascati in pieno. Il fronte del No
esplicitamente, invitando a votare contro Giorgia Meloni. Esponenti del Pd come Goffredo Bettini, che si erano
apertamente espressi per il Sì, hanno comunicato di aver cambiato idea per
sfruttare l’occasione di dare un colpo al governo. Bugie, falsi allarmi,
arruolamenti di defunti e processi alle intenzioni sono stati usati a piene
mani, approfittando della complessità della materia.
Ma anche il
centrodestra, attento a ribadire che il governo non si dimetterà in ogni caso,
ha finito con il «politicizzare» la sua campagna nel modo peggiore: contro i magistrati. Si è attribuito alla riforma il potere di mettere
fine a errori giudiziari, di evitare assoluzioni di spacciatori e pedofili, di
liberare bambini nel bosco, tutte cose che non sono e non possono essere lo
scopo della riforma. La quale però potrebbe provocare un effetto indiretto sul
funzionamento del nostro sistema giudiziario. Considerando il numero elevatissimo di assoluzioni che
ci sono in Italia, un vero e proprio
record, si deve infatti
pensare che molti processi nascano in realtà già morti nella fase delle
indagini preliminari; e che, invece di
essere archiviati subito, la solidarietà professionale dei giudici nei
confronti dei pm ne prolunghi l’agonia per anni con il rinvio al dibattimento,
dilatando cosi i tempi del processo (in spregio alla Costituzione, che
prescrive una «ragionevole durata»).
C’è poi una forma più sofisticata di
«politicizzazione», quella cui ha fatto ricorso Mario Monti sul
Corriere con un seducente sillogismo: se la Meloni è
amica di Trump, e Trump è contro lo Stato di diritto, allora anche il Sì lo
sarà. Ma, come ha detto la giudice Bernadette Nicotra, che è stata anche procuratore e ora è membro del
Csm, «nel testo definitivo non c’è un solo articolo che sottoponga il pm
all’esecutivo». E per quanto il contesto internazionale possa contare, il testo
a mio parere conta di più.
NB. Questo articolo è apparso sul Corriere della Sera il
giorno 18 marzo 2026
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