martedì 3 febbraio 2026

Dimissioni nel consigliere comunale Iyas Ashkar

 Due giorni fa il giornale di Brescia riportava la notizia delle dimissioni del consigliere Iyas Ashkar, eletto nella lista civica della sindaca Castelletti, adducendo motivi personali. Oggi si viene a sapere che è stato indagato dall'agenzia americana ICE - nota per i gravi fatti di Minneapolis - per pedopornografia di minori che ha trasmesso il fascicolo alla Procura di Milano. Forse molti non si ricorderanno che costui dopo l'attacco di Hamas a Israele il sette ottobre del 2023 pubblicò un post in cui paragonava Israele ai nazisti, mi pare anche accostando le rispettive bandiere. Allora la sindaca lo redarguì con una predichina per le cattive maniere di trattare una questione così complessa. Oggi invece saputo del misfatto del suo consigliere ha cambiato decisamente tono. "Quanto sta emergendo è sconvolgente" e prosegue: "Di fronte a fatti di questa gravità la condanna deve essere totale". Non capisco cosa intenda però, dobbiamo impiccarlo subito? Naturalmente la lista civica a cui apparteneva, stessa condanna e stesso tono; così pure il comunicato dei partiti di maggioranza. Costui, ammesso pure che sia un figlio di buona donna, non è stato nemmeno interrogato e il suo avvocato chiede almeno il tempo di poter difendersi dalle accuse che gli vengono mosse. Sembra che egli chiedesse agli americani in chat dei video porno con bambini in atteggiamenti sexi. Quel che fanno tutti i pedofili di tutto il mondo. E di questi comportamenti anche in Italia ne abbiamo conosciuti molti e di persone all'apparenza irreprensibili. Avendo conoscenza di questi fatti e di queste debolezze e viltà dell'umana natura, di questi tempi poi, in cui tutto è consentito, certi toni da Puritani di Boston, mi sembrano un po' esagerati. Mi sembra che anche al signor Iyas Ashkar , prima di una condanna così definitiva come appare oggi sul giornale, sia più corretto aspettare il processo e sia lasciato al giudice il compito di emettere la condanna.


venerdì 9 gennaio 2026

I SALMI DI DAVID (primo libro)

 

I SALMI DI DAVID

(Traduzione dal TM di Egidio Papetti)

Avvertenze: il termine ebraico è “Tehillim” che significa Lodi. Invece il termine Salmo viene dal greco Psalmos e sta ad indicare un canto accompagnato da uno strumento a corda. Il termine ebraico mizmor , presente in alcuni Salmi, indica la stessa cosa. Il Salterio, l’insieme di tutti i salmi, indicava in origine lo strumento a corda che si usava come accompagnamento. Il Salterio divide i Salmi in cinque libri. Pubblicherò le traduzioni libro per libro. Non sono tradotti tutti, ma solo quelli di David e non tutti, solo alcuni pochi che piacciono a me.

Libro primo

Salmo cantato o musicato

 

1) (Alef) Felice l’uomo che non segue i consigli dei malvagi e le strade dei peccatori non frequenta, e la dimora degli svergognati non abita.

2) Giacché nella Torah di Yhwh trova il suo godimento e del suo insegnamento medita giorno e notte.

3) Sarà come un albero cresciuto lungo un ruscello di acque, i cui frutti darà a suo tempo e le sue fronde non appassiranno, e tutto ciò che farà avrà successo.

4) Non così i malvagi, che, come pula, saranno trascinati via dal vento.

5) Non così! Non si alzeranno i malvagi nel giudizio, e i peccatori nell’assemblea dei giusti.

6) Perché conosce Yhwh la strada dei giusti e la strada dei malvagi perirà.

Fine

 

3) (Ghimel) Salmo di David – cantato o musicato- nella sua fuga davanti ad Absalonne suo figlio.

2) Yhwh a quanto ammontano i miei nemici? Molti si ribellano contro di me.

3) Molti dicono della mia vita: non c’è soccorso per me da Elohim. (sela)[1]

4) Ma tu Yhwh sei mio scudo, mio reggitore, mia gloria e il mio capo sollevi.

5) La mia voce a Yhwh io rivolgo ed egli dal monte suo santo mi risponde. (sela)

6) Io mi corico, mi addormento, mi desto, perché Yhwh mi sostiene.

7) Non ho paura della moltitudine di popolo che intorno a me bivacca contro di me.

8) Alzati Yhwh! Salvami mio Elohim, poiché hai colpito la mascella di tutti i miei nemici e i denti dei malvagi hai spezzato.

9) Da Yhwh è la salvezza del tuo popolo, dalla tua benedizione. (sela)

Fine

 

8) (het) Il maestro del coro sulla melodia dei torchi, Salmo di David

2) Yhwh mio Signore, Signore nostro, quanto è magnifico il tuo nome su tutta la terra, la tua bellezza doni in alto nei cieli.

3) Dalla bocca dei lattanti e dei bambini hai posto un baluardo affinché della sorte dei tuoi nemici, tu sia il vendicatore.

4) Perché ho visto i tuoi cieli, fatti col tuo dito, la luna e le stelle, che tu hai collocato.

5) Chi siamo noi mortali per ricordarti di noi? Figli d’uomo perché ti prendi cura di noi?

6) Manchiamo di un niente per essere Elohim, di gloria e splendore ci hai coronato.

7) Signoreggiamo nelle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i nostri piedi.

8) Greggi e armenti tutti loro ed anche gli animali dei campi.

9) Gli uccelli del cielo e i pesci del mare che passano attraversando i mari.

10) Yhwh mio Signore, Signore nostro, quanto è magnifico il tuo nome su tutta la terra.

Fine

11) (alef-yod) Il maestro del coro. Di David. In Yhwh mi sono rifugiato, come mai mi dite della mia vita: fuggi verso il monte, uccello,[2] come loro.

2) Ecco,  i malvagi tendono l’arco con la corda, le loro frecce colpiscono[3].

3) Poiché le fondamenta sono state distrutte, il giusto cosa deve fare?

4) Yhwh nella santa sua dimora; Yhwh dai cieli, dal suo trono, i suoi occhi ci vedono; le sue pupille scrutano i figli d’uomo.

5) Yhwh il giusto scruta e il malvagio, colui che ama la violenza e odia la sua vita.

6) Farà piovere sui malvagi carboni ardenti, zolfo e vento impetuoso, è la loro porzione, la loro sorte.

7) Perché Yhwh è giusto, ama ciò che è giusto; gli onesti contempleranno il suo volto.

12 (bet-jod) Il maestro del coro sullo strumento a otto corde (sceminit) salmo di David.

2) Salvaci Yhwh perché la fedeltà è finita, perché la lealtà è scomparsa tra i figli dell’uomo.

3) Parlano inutilmente ognuno con l’amico suo con labbra lusinghiere, di cuore e cuore parlano[4].

4) Tagli Yhwh ogni labbra adulatrice! La lingua che si vanta di cose grandiose.

5) Quelli che dicono: la nostra lingua è nostra padrona, le nostre labbra sono con noi, chi è padrone per noi?

6) Per le angherie dei miseri, del lamento dei poveri, adesso mi alzerò dice Yhwh, e porrò testimonianza della loro salvezza.

7) Le parole di Yhwh sono parole pure, di metallo prezioso, purificate dal crogiuolo di terra, raffinate sette volte.

8) Tu Yhwh li custodirai, li difenderai in questa generazione e per sempre.

9) Si aggirano in torno i malvagi, quando sale l’infamia dei figli dell’uomo.

Fine

 

13 (Yod-ghimel) Al maestro del coro, salmo di David.

2 ) Per quanto tempo Yhwh continua la tua dimenticanza di me? Per quanto tempo mi nasconderai il tuo volto?

3) Per quanto tempo dovrò pensare alle sventure della mia vita e del mio cuore tutto il giorno? Per quanto tempo si leveranno i miei nemici contro di me?

4) Dammi un’occhiata, rispondimi Yhwh mio Elohim, illumina i miei occhi affinché non mi colga il sonno della morte.

5) Affinché non possa dire il mio nemico: l’ho in mio potere e i nemici non gioiscano perché traballo.

6) Ma io ho confidato nella tua fedeltà, gioisce il mio cuore nella tua salvezza; io canterò a Yhwh perché mi ha ricompensato.

Fine

23 (Caf-Ghimel) Salmo di David; Yhwh è il mio pastore, non mi manca nulla.

2) In gradevoli prati mi fa riposare, in acque quiete mi conduce.

3)  La mia vita restituisce, mi consolerà per la mia condotta giusta, a motivo del suo nome.

4) Anche quando cammino nella valle delle ombre di morte, non temerò il male perché tu mi sei accanto; il tuo bastone e il tuo vincastro, essi mi saranno di conforto.

5) Hai disposto davanti a me una mensa, in faccia ai miei nemici; tu ungi di olio il mio capo e la mia coppa ricolmi.

6) Di certo bontà e grazia mi seguiranno tutti i giorni della mia vita; riposerò nella casa di Yhwh per lunghi giorni.

Fine

24 (Caf-Dalet) Di David; Salmo. Di Yhwh è la terra e il suo contenuto, il globo e i suoi abitanti.

2) Giacché egli sul mare l’ha fondata, sui fiumi l’ha stabilita.

3) Chi salirà sul monte di Yhwh, chi resterà nella sua santa dimora?

4) L’innocente con mani pulite e cuore puro che non reca danno inutilmente alla mia vita[5]; che non giura il falso.

5) Riceverà la benedizione di Yhwh e la giustizia di Elohim lo salverà.

6) Questa generazione lo cerca; Giacobbe[6] cerca il tuo volto (sela)

7) Alzate o porte il vostro frontone, spalancate le porte per sempre, entri il re della gloria!

8) Chi è questo re della gloria? Yhwh prode guerriero e valoroso in battaglia[7].

9) Alzate o porte il vostro frontone, spalancate le porte per sempre, entri il re della gloria!

10) Chi è questo re della gloria, egli è Yhwh degli eserciti, egli è il re della gloria. (sela)

Fine

27 (Caf-zain) di David. Yhwh mia luce, egli mi salverà, di chi dovrei aver timore? Yhwh difende la mia vita, di chi dovrei aver paura?

2) Quando si avvicinano a me i malvagi per divorare la mia carne, i miei nemici e i miei avversari, essi inciampano e cadono.

3) Se un accampamento si accampa contro di me, non avrà paura il mio cuore; se una battaglia contro di me si scatenasse, per questo io sono fiducioso.

4) Una cosa chiedo a Yhwh per me: chiederei di riposare nella casa di Yhwh tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza di Yhwh e osservare il suo palazzo[8].

5) Perché mi custodisce nella sua capanna tutti i giorni della sventura, e mi nasconde nel rifugio della sua tenda e mi innalza sulla roccia.

6) Ascolta Yhwh la mia voce io grido: abbi pietà di me e ascoltami.

8) Di te dice il mio cuore: cercalo il mio volto! Il tuo volto o Yhwh io cerco.

9) Non nascondermi il tuo volto, non allontanare con ira il tuo servo; il mio aiuto sei tu, non abbandonarmi, non mi lasciare Elohim della mia salvezza.

10) Quando mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, Yhwh mi ha accolto.

11) Concepisci in me o Yhwh la tua strada e guidami sul retto cammino, onde evitare i miei nemici.

12) Non mi consegnare al desiderio dei miei nemici, quando di levano su di me testimoni di menzogne, testimoni di violenza.

13) Sono certo di contemplare la benevolenza di Yhwh nella terra dei viventi.

14 Spera in Yhwh; sia forte e vigoroso il tuo cuore; Spera in Yhwh.

Fine

32 (Lamed-bet) di David, Muskil (salmo cantato). Felice colui che è sollevato dalla colpa, assolto dal peccato.

2) Felice l’uomo cui Yhwh non gli imputa alcun crimine e nel suo cuore non c’è menzogna.

3) Poiché stavo in silenzio, ma si consumavano le mie forze e ruggivo tutto il giorno.

4) Poiché giorno e notte pesava su di me la tua mano, si trasformava la mia linfa nell’arsura dell’estete (sela).

5) Il mio peccato te l’ho fatto conoscere la mia colpa non ti ho nascosto; ti parlai di me, mi ribellai a Yhwh, e tu mi hai sollevato il crimine che ho commesso (sela).

6) Per questo ogni fedele ti eleva una supplica nel tempo del bisogno, quando irromperanno acque abbondanti su di lui, ma non lo sommergeranno.

7) Tu sei mio rifugio dal nemico; tu dalla mia afflizione mi curi; tu mi circondi cantando allegramente (sela).

8) Ti farò comprendere e ti illuminerò quale strada tu dovrai percorrere; progetterò su di te i miei occhi.

9) Non dovete essere come un cavallo, come un mulo, non c’è intelligenza in loro; con morso e briglia si tengono perché non si avvicinino a te.

10) Molte le sofferenze del malvagio, ma chi ha fiducia in Yhwh di benevolenza sarà circondato.

11) Gioite con Yhwh e rallegratevi o giusti; esultate tutti voi retti di cuore.

Fine

 

38 (Lamed-chet) Salmo di David, per ricordare.

2) Yhwh nella tua irritazione non mi colpire e nella tua collera non mi allontanare.

3) Perché le tue frecce mi feriscono e la tua mano mi colpisce.

4) Non c’è niente di illeso nella mia carne; non c’è pace dentro di me a causa del mio peccato.

5) Perché le mie mancanze superano la mia testa; come un carico gravoso pesano su di me.

6) Imputridiscono e marciscono le mie piaghe, a causa delle mie colpe.

7) Sono rattrappito, incurvato moltissimo; tutto il giorno mi aggiro incupito.

8) Perché la mia schiena è molto infiammata; non c’è niente di illeso nella mia carne.

9) Sono sfinito e molto depresso: ruggisco del ruggito del mio cuore.

10) Signore (sic) è davanti a te ogni mio desiderio e il mio lamento a te non è nascosto.

11) Il mio cuore è palpitante, le mie forze mi abbandonano, anche i miei occhi non hanno più luce.

12) I miei amorei, le mie amiche, in presenza delle mie afflizioni,  si allontanano; i miei amici se ne vanno lontano.

13) Mi tendono agguati cercando la mia vita, cercano la mia rovina; dicono menzogne e malvagità; parlano di trappole tutto il giorno.

14) Io come un sordo non ascolto e come un muto non apro bocca.

15) Sono come uno che non sente, e non c’è nella sua bocca nessuna protesta.

16) Perché in te Yhwh io spero; tu risponderai mio Signore, mio Elohim-

17) Perché ho detto che non ridano di me, non si vantino troppo più di me, quando inciampano i miei piedi.

18) Perché io, un colpo e inciampo; la mia sofferenza ho davanti a me sempre,

19) Perché il mio peccato confesso, sono in ansia per le mie colpe.

20) I miei nemici sono vivi, forti e numerosi, mi odiamo e mentono.

21) Mandano il male al posto del bene; mi accusano invece del mio cercare (il bene).

22 ) Non mi abbandonare Yhwh, mio Elohim; non allontanarti da me.

23) Affrettati ad aiutarmi, mio Signore, mia sicurezza.

Fine

40 (Mem) Al maestro del coro. Di David. Salmo.

2) Spero in Yhwh, ho sempre sperato e su di me si è rivolto ed ha ascoltato il mio grido.

3) Mi ha tolto da una fossa melmosa; dal fango mi ha sollevato e ha posto sulla roccia i miei piedi; stabile è il mio camminare.

4) Ha messo sulla mia bocca un canto nuovo, una lode al nostro Elohim e lo vedranno e numerosi saranno coloro che lo temeranno e si affideranno ad Yhwh[9].

5) Felice quell’uomo che pone in Yhwh la sua fiducia e non si volge verso cose vane e non segue idoli falsi e menzogneri.[10]

6) Molte cose tu hai fatto Yhwh mio Elohim; le tue meraviglie i tuoi progetti per noi; nessuno è paragonabile a te; io li ammucchierei e li conterei, ma per contarli sono troppi[11].

7) Sacrificio e offerta tu non gradisci; gli orecchi mi hai aperto, per la colpa non domandi olocausto.

8) Allora ho detto: io vengo; nel rotolo scritto su di me è scritto:

9) di fare la tua volontà o mio Elohim e la tua Torah (il tuo insegnamento) è dentro la mia carne.

10) Ho scelto la giustizia nell’assemblea numerosa; ecco, ho parlato, non mi sono astenuto.

11) La tua giustizia non l’ho nascosta dentro il mio cuore; la tua verità e la tua salvezza ho proclamato; non ho detto male della tua pietà e della tua lealtà all’assemblea numerosa.

12) Ma tu Yhwh non trattenere le tue materne attenzioni per me[12]; la tua pietà e la tua lealtà mi hanno sempre custodito.

13) Perché mi accerchiano tante afflizioni da non poterle contare; mi sono addosso i miei peccati; Non ci vedo più[13], sono più numerosi dei capelli della mia testa e il mio cuore mi ha abbandonato.

14 Yhwh sii benevolo di salvarmi! Di aiutarmi Yhwh affrettati!

15 Si inaridiscano e si vergognino in un sol colpo coloro che cercano la mia vita per farla scomparire; siano fatti voltare di spalle e siano pieni vergogna coloro che si compiacciono della mia afflizione.

16) Alzino i tacchi alla svelta quelli che mi dicevano: Bene! Bene!

17) Ma gioiscano in te tutti quelli che ti cercano e dicano sempre: Sia innalzato Yhwh; quelli che amano la tua salvezza.

18) Ma io sono povero e misero, il mio Signore si prende cura di me; mio aiuto, mio scampo tu sei mio Signore, non ritardare!

Fine

41(Mem-alef) Al maestro del coro. Salmo di David

2) Beato chi agisce per il povero; nel giorno della sventura Yhwh lo salverà.

3) Yhwh lo proteggerà e lo farà vivere felice sulla terra e non darà la vita sua in mano ai nemic.

4) Yhwh lo sosterrà sul letto, accasciato; a tutti nell’essere sdraiati per afflizioni, tu fai cambiare decorso alla malattia.

5) Ho detto: Yhwh abbi pietà di me, risana la mia vita perché ho peccato contro di te.

6) I miei nemici parlano male di me: quando morirà e scomparirà il suo nome?

7) Chi viene a fare visita, mente; il suo cuore pensa di me un cumulo di fandonie , appena fuori le dice.

8) Gioiscono di me, bisbigliano tutti i loro risentimenti contro di me e mi augurano disgrazie.

9) Una malattia esiziale stringe su di lui e chi giace per questo male, alla fine non potrà alzarsi.

10) Anche l’uomo mio amico che mi portava il cibo da mangiare, si distingue alzando i tacchi[14].

11) Ma tu Yhwh abbi pietà di me, sollevami e darò loro il salario che meritano.

12) Con questo io saprò che ti compiaci di me, poiché non riderà di me il mio nemico.

13) Per la mia onestà mi hai tenuto saldo; mantienimi alla tua presenza per sempre.

14) Sia benedetto Yhwh Elohim d’Israele per lunghissimo tempo. Amen, Amen!

 

 



[1] Questo è un termine musicale, forse indica lo strumento per accompagnare questo salmo.

 [2] Alcuni traduttori invece del generico uccello traducono passerotto, più poetico.

[3] La versione dei LXX è molto diversa, Le traduzioni italiane si rifanno ad essa.

[4] L’espressione indica l’ipocrisia, dicono una cosa e il suo opposto.

[5] Si intende colui che nega l’esistenza di Yhwh.

[6] Qui Giacobbe indica tutto il popolo ebraico.

[7] In questo versetto Yhwh è esaltato come un dio guerriero.

[8] Il verbo usato in questo versetto ha il significato di indagare, cercare, osservare. Per cui alcuni traducono “cercare la presenza di Yhwh”. La stessa radice del verbo indica il “toro”, quindi si potrebbe pensare che la bellezza di Yhwh fosse rappresentata da una statua ed era forse quella da ammirare e osservare.

[9] Occorre sempre ricordare che “aver timore di Yhwh” non significa aver paura del castigo divino. Ma significa comportarsi con giustizia secondo i suoi comandamenti.

[10] Per tradurre questo versetto con verbi di difficile interpretazione, mi sono avvalso della traduzione di S. Girolamo.

[11] Molte traduzioni in italiano usano i verbi nella forma imperfetto  coortativo: “ io vorrei contarli…”

[12] Il termine ebraico si riferisce al seno materno che allatta.

[13] Il testo dice: “Ho finito di vedere”.

[14] Nel senso che anche lui se ne va!.

Levitico e Numeri (Seconda parte)

 

III   I NUMERI, UN LIBRO PONTE?

(seconda parte)

    Contrariamente agli altri libri della torah, il libro dei Numeri non presenta una struttura evidente: Di conseguenza, un numero di lavori recenti si sono dati per compito di scoprire i principi organizzativi del libro o di una delle sue parti importanti (cfr in particolare D. Olson, M. Douglas, O. Artus, Won W. Lee). Queste ricerche d'ordine sincronico rivelano nello stesso tempo un problema diacronico. Come Noth, aveva già chiaramente capito, non si può apparentemente applicare qui il modello redazionale che sembra funzionare in altre parti del Pentateuco. Nel suo commentario del libro dei Numeri, Noth fa osservare che il libro stesso non suggerisce in alcun modo un modello di documento parallelo, ma piuttosto una sorta d'ipotesi dei frammenti. Egli osserva anche che i capitoli Num 27-36 appartengono agli ultimi stadi dell'edizione del Pentateuco, e che questi sono stati aggiunti successivamente al libro. Queste due osservazioni sono pertinenti; esse portano alla conclusione che il libro dei Numeri è l'ultimo insieme della Torah ad aver preso forma, ciò che oggi è accettato da un grandissimo numero di ricercatori.

 1 Le leggi supplementari nel libro dei Numeri

    L'introduzione del libro mostra chiaramente che i suoi editori hanno voluto segnalare una differenza tra le leggi precedenti e quelle che si trovano in Numeri.

   Lev 27,34: “Questi sono i comandamenti che Yhwh prescrisse a Mosè per i figli d'Israele sul monte Sinai”.

   Num 1,1: Yhwh parlò a Mosè nel deserto del Sinai nella tenda del convegno”.

Mentre i precetti del Levitico sono stati dati a Israele sul monte Sinai, i precetti del libro dei Numeri sono comunicati nel deserto. Questa rottura nella localizzazione suggerisce che le leggi dei Numeri non sono collocate sul medesimo piano delle istruzioni contenute nella rivelazione sinaitica.

Si può infatti dimostrare che le leggi contenute in Num 1-10 sono complementari alla legislazione sacerdotale o deuteronomica e avrebbero potuto essere inserite nei libri dell'Esodo, del Levitico e del Deuteronomio. L'esigenza di allontanare dal campo ogni persona “lebbrosa” (5,1-4) è complementare a Lev 5,14-26; l'ordalia in caso di sospetto adulterio (5,11-31) rappresenta una specie di supplemento alle leggi sull'adulterio in Dt 22,13-29, anzi un'interpretazione di Lev 20,10 che prevede la pena di morte. La legge sul nazir in Num. 6 non ha altri equivalenti nella Torah. (solo Giudici 13,5.7; 16,17; 1Sam 1,22; Amos 2,12 menzionerebbero dei Nazirim). Num 6 vuole dunque precisare lo statuto e i doveri di queste persone prendendo a prestito delle prescrizioni indirizzate ai sacerdoti in Lev 10,9; 21,5-11; le leggi di purificazione in 6,13-20 si basano su Lev 12-15. Le offerte per la dedicazione del santuario in Num 7 si inscriverebbero in modo più logico tra Esodo 40 e Lev 8-9 (Num 7,11 rinvia d'altra parte esplicitamente a Es 40, mentre l'ultimo versetto, 7.89, fa allusione a Lev 9. Le prescrizioni sul candelabro in Num in 8,1-4 avrebbero dovuto trovarsi dopo Es 25,31-39 o 37,17-24. Le istruzioni per la consacrazione dei Leviti in Num 8,5-26 avrebbero potuto essere inserite dopo Lev 8-9 (consacrazione dei sacerdoti). L'abbassamento dell'età d'entrata in funzione a venticinque anni (Num 8,24) è una correzione di Num 4,3. 23.30 dove l'età prevista è 30 anni. Num 9,1-14, finalmente, contiene delle prescrizioni supplementari circa la festa di Pasqua, per il caso in cui qualcuno si trovi in situazioni d'impurità o in trasferta, precisazioni che si sarebbero dovute leggere dopo Es 12. Questo breve percorso mostra che il raggruppamento delle prescrizioni complementari nella prima parte del libro dei Numeri non può spiegarsi che attraverso il fatto che i libri dell'Esodo e del Levitico e del Deuteronomio erano già “chiusi” e non potevano più accogliere nuove aggiunte alla Torah. La stessa osservazione si applica alle prescrizioni dell'ultima parte del libro; il caso sembra un po' differente per le leggi integrate nel ciclo delle ribellioni, che rivestono una funzione quasi “halachica” in relazione ai racconti che esse accompagnano.

 2 Il ciclo delle ribellioni in Num 11-20 e l'origine della tradizione delle rivolte nel deserto

  Un certo numero di tradizioni narrative sul soggiorno nel deserto e l'occupazione della Transgiordania in Num 11-21 hanno dei paralleli, sia in Es 16-18 sia in Dt 1-3, il che pone la domanda difficile e vivamente discussa della dipendenza letteraria di questi racconti. Senza riprendere in dettaglio questo dossier, si può innanzitutto sottolineare che Dt 1-3 non riporta nessun episodio di ribellione nel deserto, a parte il racconto del popolo che si rifiuta di conquistare il paese (Dt 1,9s) Num 13-14, il quale sembra piuttosto legato alla tradizione dell'occupazione della Transgiordania. Ciò significa che Dt 1-3, il cui strato di base appartiene all'edizione del libro del Deuteronomio all'epoca babilonese, non menziona o non conosce tradizioni negative del soggiorno del popolo nel deserto. Nel ricordo del deserto in Dt 8 questo non appare ancora come un tempo di rivolta, ma come un tempo un tempo di messa alla prova. Thomas Dozeman ha dimostrato che i ricordi del tempo del deserto nel libro di Osea non presupponevano la tradizione negativa del Pentateuco ma che l'utilizzo metaforico del deserto era il punto di partenza di elaborazioni narrative ulteriori. Nello stesso senso, Geremia 2,1-3 conosce una tradizione positiva del deserto, luogo dell'amore perfetto tra Yhwh e Israele.

   Come io ho provato di dimostrare altrove, anche il racconto nel deserto di Es 15,22-18,27* hanno, nella loro forma primitiva, una visione positiva. Essi insistono sulla protezione di Yhwh in favore del suo popolo, senza che siano in questione rivolte di quest'ultimo. Anche l'introduzione di 15,22-27, chiaramente post-sacerdotale nella sua forma attuale, essa contiene – secondo l'analisi di Erik Aurelius – una eziologia più antica della località di Mara (vs 22-23.27), non legata a delle rivolte del popolo. Quanto al racconto sacerdotale della scoperta della manna da parte del popolo in Es 16, è stato riconosciuto da molto tempo che l'accusa della disobbedienza del popolo di fronte alle leggi divine (vs 28-29) costituisce un'interpolazione in stile dtr, interrompendo il racconto sacerdotale (vs 27.30).  Le lamentele del v 2 non sono in origine comprese come rivolte, ma come mezzo per sottolineare il bisogno di cibo. L’interpretazione dell’insoddisfazione del popolo come rivolta, al v 3, è chiaramente secondaria e il racconto primitivo di Es 16, la cui ricostruzione esatta resta difficile, non costituisce quindi in nessun modo una storia di rivolta. L'analisi di Es 17, 1-7* porta allo stesso risultato: la narrazione primitiva racconta come Dio ha dato da bere al suo popolo dopo averlo nutrito. I racconti di Es 15-17 riflettono dunque innanzitutto, come Osea e Geremia, una tradizione positiva della relazione tra Yhwh e Israele durante il soggiorno nel deserto. La trasformazione di questi testi in racconti di rivolta, e anche se questi costituiscono il cuore narrativo di Numeri, non si verifica che verso la fine del quinto secolo prima della nostra era. Bisognerebbe certo analizzare anche i riferimenti alle rivolte in certi Salmi e “riassunti storici” (in particolare: Giosuè 24,7; Neemia 9,19-21; Salmo 78,15-41; Salmo 95,8-11; Salmo 105,40-41; Salmo 106,13-15), ma questi testi non sono mai datati prima dell'epoca persiana.

  I racconti di rivolta sono riuniti in Num 11-20, la morte di Miriam e di Aronne in Num 20 segnando una prima conclusione. La narrazione del serpente di rame (21,4-9), che non contiene altre rivolte precise ma una messa in dubbio dell’Esodo, è stato senza dubbio concepito dopo come conclusione delle rivolte precedenti, benché si trovi all'interno dei racconti di conquista. Il racconto di Baal-Peor in Num 25 non è più un racconto di rivolta ma un racconto d'apostasia, situato nel paese di Moab.

   Il ciclo della rivolta è strutturato in modo concentrico:

Num 11, 1-3 introduzione e riassunto: Collera di Yhwh e intercessione di Mosè

11,4-34: nutrimento: rivolta di Mosè contro Yhwh

12: rivolta contro Mosè

13-14 rivolta contro il progetto divino (conquista, ritorno in Egitto, intercessione di Mosè)

16-17 rivolta contro Aronne

20, 1-13 acqua; rivolta di Mosè (e Aronne) contro Yhwh

Num 21,4-9 conclusione: rivolta contro Mosè e Dio; intercessione di Mosè.

   L'introduzione (11,1-3) come 21,4s, insiste sull'intercessione di Mosè, il quale si trova anche al centro della composizione. 11,4s e 20,1s si fanno eco; Il motivo delle rivolte è legato al cibo, anzi alla mancanza d'acqua; nei due testi, Mosè si rivolta inoltre contro Yhwh, in Num 11 in modo esplicito, in Num 20 in maniera implicita. Num 12 riporta la messa in discussione dell'autorità di Mosè, mentre Num 16-17 descrive la contestazione del sacerdozio aronnideo. Questi racconti fanno da cornice a Num 13-14, dove il progetto stesso dell'esodo e della conquista è rigettato dal popolo. La narrazione degli esploratori gioca così un ruolo centrale per l'intelligenza del libro dei Numeri, sia sul piano sincronico ehe sul piano diacronico (Achenbach parla d'un testo-chiave per la redazione del Pentateuco). Si potrebbe forse raggiungere un certo consenso intorno all'idea che questo ciclo è un prodotto dell'epoca persiana. E che riflette dei conflitti legati all'organizzazione politica e cultuale del giudaismo nascente. I racconti di contestazione di Aronne legittimano il potere sacerdotale, allorché altri racconti sembrano voler affermare la superiorità di Mosè in rapporto ad Aronne, e così limitare il potere del sacerdozio. Sul piano letterario, Num 11-20 crea un ponte tra il Sinai e la proclamazione del Deuteronomio nelle steppe di Moab. Da una certa maniera, l'insistenza sulla disubbidienza del popolo (e talvolta anche dei suoi capi) anticipa un tema centrale della storia deuteronomista, che, dopo la decisione di stampare un Penta-anzi un Esateuco, non faceva parte del documento fondatore.

  Come si spiega la formazione di questo ciclo?

 3 Quale modello redazionale per il libro dei Numeri?  

   Nel suo rendiconto delle pubblicazioni recenti sul libro dei Numeri, Ludwig Schmidt sottolinea deluso che non ha importanza quale teoria sulla formazione del libro possa essere apparentemente difesa oggi: la situazione gli sembra più che caotica. Mi sembra che si possa sdrammatizzare. Grosso modo, tre modelli sono possibili: (a) la teoria documentaria, (b) una teoria di più redazioni tardive, (c) un modello di “aggiornamenti” e supplementi successivi, quello che Noth aveva già considerato. Il primo modello si scontra a mio avviso con troppe difficoltà, in particolare nella ricostruzione delle antiche fonti e nella messa in discussione della presenza di testi P nel libro dei Numeri. Il secondo modello è stato recentemente difeso da Achenbach che vede – seguendo Otto – il libro dei Numeri come il risultato di una redazione dell'Esateuco, la quale sarebbe stata in seguito corretta da una redazione del Pentateuco. Le due redazioni che intervengono anche negli altri libri del Pentateuco e che integrano talvolta delle tradizioni più antiche (come Num 13-14*; 21*), cercando di adattare il documento sacerdotale al libro del Deuteronomio (e al libro di Giosuè). La specificità dei Numeri si situa – secondo Achenbach – nell'intervento di tre revisioni teocratiche all'origine della maggior parte dei materiali contenuti in Num 1-10 e 26-36 e che creano così il “libro” dei Numeri. Questi redattori cercano di imporre una organizzazione ierocratica alla comunità del Secondo Tempio, sotto il governo del Sommo Sacerdote, rappresentato in Num dalla figura di Eleazaro. Il lavoro di Achenbach ha il merito d'aver preso in conto la totalità del libro e di proporre una teoria globale per la sua formazione. Mi sembra tuttavia che questa teoria sia talvolta applicata in maniera troppo rigida, e che essa dovrebbe essere modificata lasciando maggior spazio a degli interventi puntuali e ai supplementi che non possono essere attribuiti a uno strato redazionale che copre l'insieme del libro, anzi del Pentateuco o dell'Esateuco.

  Noi abbiamo già visto che l'organizzazione delle leggi in Num 5-10 può essere spiegata mediante aggiunte successive. Allo stesso modo, certi racconti non si lasciano per niente qualificare da “redazione dell'Esateuco” o da “redazione del Pentateuco”. Mi sembra che la narrazione della infusione dello spirito di Mosè sui 70 anziani in Num 11, sia un racconto abbastanza unico nel libro dei Numeri, prossimo agli ambienti profetici, carismatici dell'epoca persiana (cfr Es 44,3; Ez 36,27; 39,29; Gioele 3,1-2). Questo racconto che rivendica una “dimostrazione” della profezia è stato prontamente corretto in Num 12, che stabilisce una differenza qualitativa tra Mosè e tutti i profeti (12,6-8); questa affermazione prefigura in effetti Dt 34,10-12, versetti che possono essere attribuiti a un “redattore del Pentateuco”. Ma, nello stesso tempo, Num 12 mediante Mosè e come in Gen 37ss legittima i matrimoni misti, facendosi così portavoce degli interessi della diaspora.

Lo stesso per la pericope di Balaam che contiene degli oracoli a forte tenore escatologico non corrisponde per niente alle preoccupazioni dei redattori rilevati da Achenbach. Sarebbe senza dubbio più giudizioso attribuire l'inserzione di Num 22-24 ad un altro ambiente.

   Gli ultimi capitoli del libro fanno ugualmente pensare a degli aggiornamenti successivi. Secondo Acherbach, la prima redazione (quella dell'Esateuco) si conclude in Num 25,1-5, e avrebbe così fatto il legame, mediante Baal-Peor, con il Deuteronomio (cfr Dt 3,29; 34,6) e, mediante Sittim, con Giosuè 2,1. Ma, Acherbach deve ammettere che gli manca la fine primitiva del racconto, che sarebbe stata perduta dopo l'aggiunta dei versetti 6s, da un redattore teocratico. Questa teoria appare assai speculativa e ci si può chiedere se non ci siano state durante la formazione del libro più edizioni che offrivano finali differenti. Num 27, 12-13 (l'insediamento di Giosuè e l'annuncio della morte imminente di Mosè) potrebbero costituire una prima conclusione del libro. Questo testo prelude a Dt 31* che lo corregge; i due racconti dell'insediamento di Giosuè fanno da cornice quindi al testamento di Mosè. Lo stesso, l'itinerario di Num 33,1-49 ricapitolando il percorso del popolo del popolo fino all'arrivo nelle steppe di Moab dove il libro del Deuteronomio colloca il discorso di Mosè, potrebbe essere stato aggiunto più tardi per concludere un libro dei Numeri allargato. L'aggiunta di Num 36, che ritorna sulla questione delle figlie di Zelofcad, conferma l'idea di aggiunte successive giacché questa attualizzazione di di Num 27 non è stata collocata direttamente dopo il testo al quale essa si riferisce. La conclusione definitiva in 36,13 riprende la fine del Levitico, aggiungendo solo la localizzazione nelle steppe di Moab.

   Bisognerebbe, per tutte queste ragioni, ammettere una certa quantità di attività editoriali limitate al solo libro dei Numeri. E ciò soprattutto se, al momento della nascita del libro, Gn-Lev e Dt avevano già acquisito uno statuto protocanonico.

 LEVITICO E  NUMERI NEL DIBATTITO ATTUALE SUL PENTATEUCO

   Un altro cantiere aperto è quello delle origini delle differenti tradizioni del libro dei Numeri. Mi sembra pure che l'idea di rivolte continue del popolo nel deserto, non sia un dato tradizionale ma, che sia stato creato dagli autori del libro a partire da una tradizione positiva dell'incontro tra Yhwh e Israele. Il solo racconto “tradizionale” è quello degli esploratori in Num 13-14, originariamente legato alla tradizione d'una conquista, più precisamente l’occupazione della parte Nord della Transgiordania di cui parlano i racconti doppiamente trasmessi in Num 20,14s; 21,10s; e in Dt 2,1-3,1. La visione tradizionale secondo la quale DT 2-3 riassume i racconti di Num non può essere mantenuta ma, è ugualmente difficile rovesciare la relazione di dipendenza, cme ha dimostrato Dozeman nella sua discussione su Num 20-21 e Dt 2-3. Dietro a questi racconti si trova forse una collezione di leggende relative alla conquista d'una parte della Transgiordania sotto la direzione di Mosè, alle quali si sono ispirati dapprima gli autori di Dt 2-3, dopo i redattori di Num 20s. È possibile che l'espressione “rotolo delle guerre di Yhwh” (Num 21,14) faccia allusione a una di quelle collezioni di racconti. Nel libro dei Numeri, la serie delle vittorie d'Israele inizia curiosamente all'interno della terra promessa, ad Arad (Num 21,1-3) anzi nel Negev. Questa idea è contraria all'ideologia dtr secondo la quale la conquista della Cisgiordania non può iniziare che dopo la traversata del Giordano. La data e la provenienza di questa notizia sono difficili da determinare. Essa interrompe chiaramente (con 21,4-9) il filo narrativo che va dalla morte di Aronne, in 20.22-29. a 21,10s e non è attestata in Dt 2-3, contrariamente alle operazioni trangiordaniche di Mosè delle quali si discute in Num 20,14-29 e 21,10-35. Si può allora pensare che il passo di Num 21,1-3 conservi la tradizione d'una conquista di Mosè nel Sud della Giudea, a meno che non si tratti semplicemente d'una costruzione letteraria destinata a correggere la sconfitta militare di Corma in Num 14,40-45. Non c'è alcun dubbio che gli autori e i redattori dei Numeri hanno conosciuto più tradizioni di quelle che riportano in dettaglio. L'esempio migliore è l'allusione alla moglie etiopica di Mosè in Num 12,1, che riflette apparentemente una leggenda popolare della diaspora egiziana sulle imprese di Mosè in Etiopia. Ma questo dossier non può essere aperto qui.

  Benché il libro dei Numeri sia lontano dall'aver rivelato tutti i suoi segreti, la ricerca recente, ha nondimeno riscoperto l'importanza decisiva per l'intelligenza del Pentateuco, o per dirla con Douglas: “Numeri completa gli altri libri (del Pentateuco) presentando un coerente mitico sfondo per la situazione politica di Giuda dopo l'esilio”.

 IV CONSEGUENZE PER IL DIBATTITO ATTUALE SULLA FORMAZIONE DEL PENTATEUCO

   Per concludere, amerei sottolineare molto brevemente tre punti che meritano una discussione.

 Della relativa indipendenza dei rotoli del Pentateuco

   È già stato sottolineato che la ripartizione della Torah in cinque libri non è semplicemente dovuta a delle considerazioni pratiche. Contrariamente ad una opinione molto diffusa, bisognerebbe porsi la domanda di sapere se la divisione in libri ha veramente costituito una delle ultime operazioni che hanno presieduto la nascita del Pentateuco. È possibile che l'ultima parte dello scritto sacerdotale (Lev 1-16*) sia stato scritto subito su un rotolo a parte, rotolo all'origine del libro del Levitico. È anche possibile che il Deuteronomio sia stato consegnato su un libro indipendente o su un libro che raggruppava Deuteronomio e Giosuè. Bisogna allora domandarsi se Numeri non sia stato concepito subito come l'ultimo libro del Pentateuco, permettendo di gettare un ponte tra Gen -Lev e Dt. Questa rappresentazione, secondo la quale la Torah sarebbe esistita fin dall'origine sotto forma di diversi rotoli, potrebbe rimettere in discussione la necessità di spiegare la formazione della Torah con l'aiuto di un modello unico.

 2 Della diversità dei modelli diacronici  

   Si sa che la teoria documentaria è stata sviluppata a partire dallo studio della Genesi e dalla prima parte dello studio dell'Esodo. In questi insiemi, la teoria di una combinazione di uno scritto sacerdotale con altri documenti sembra essere adeguata (c’è d'altra parte un certo consenso nella ricostruzione dello scritto sacerdotale in Gen – Esodo). Questo modello sembra meno pertinente per spiegare la pericope del Sinai e soprattutto il libro del Levitico. Qui bisognerebbe lavorare con una teoria dei complementi spiegando la formazione dei libri nel quadro di riedizione interne all'ambiente sacerdotale. Questo stesso modello si applica senza dubbio al Deuteronomio nel quadro d'un lavoro di scrittura della scuola deuteronomista. Il libro dei Numeri chiama il modello diacronico il più complesso, mettendo insieme una teoria dei frammenti e degli “aggiornamenti” puntuali con un modello redazionale - secondo il quale gli ultimi redattori del Pentateuco (anzi dell'Esateuco) – non sono semplicemente dei compilatori e archivisti ma, dei creatori e teologi, preoccupati di fare in modo che la Torah diventasse lo scritto fondatore di tutte le correnti del giudaismo nascente.

 3 Dei libri da incontrare  

      Il Levitico e i Numeri sono i due libri nei quali si esprime più chiaramente la specificità della Torah in rapporto agli altri codici e documenti del Vicino- Oriente antico. In questi libri prima di tutto, delle prescrizioni rituali, cultuali ed etiche diventarono letteratura. Le attualizzazioni di testi o di tradizioni più antiche sono peraltro esse stesse aperte a nuove interpretazioni. Ancora, è nel libro dei numeri che il Pentateuco trova il suo vero compimento: la cucitura delle leggi e dei racconti sottolinea il doppio insegnamento della Torah, mediante la narrazione e i comandamenti. Il riscontro di differenti opinioni teologiche nel medesimo rotolo rivela finalmente il senso profondo della Torah: dare un fondamento comune senza imporre una ideologia uniforme.

 Thoma Romer

Facoltà di Teologia

Università di Losanna

Svizzera

Traduzione Egidio Papetti

 

I LIBRI DEL LEVITICO E DEI NUMERI (prima parte)

 

(Questo articolo è apparso nel 2002 in Labor et Fides Ginevra)

I LIBRI DEL LEVITICO E DEI NUMERI NEL DIBATTITO ATTUALE SUL PENTATEUCO

(di Thomas Romer tradotto dal francese da Egidio Papetti)

INTRODUZIONE

(Prima parte)

   Vent'anni fa, le facoltà di teologia della Svizzera Romanda hanno organizzato un seminario per la terza volta intitolato: “Il Pentateuco in questione”, principalmente consacrato alla messa in questione della Teoria Documentaria e ai nuovi modelli suscettibili di tracciare le diverse tappe della formazione della Torah. Gli intervenuti a questo colloquio si chiedevano allora se bisogna comprendere i testi sacerdotali del Pentateuco come un documento all'origine indipendente, ovvero come uno strato redazionale, ciò che resta dello Javista e dell'Elohista e qual è la funzione dei testi detti deuteronomisti nel Pentateuco.

Si lega anche ai grandi temi del Pentateuco: la storia delle origini, la tradizione Patriarcale, Israele e la montagna di Dio; si comincia a interessarsi all'epoca persiana come contesto della nascita della Torah.

   Poca attenzione è accordata tuttavia al Libro dei Numeri. Come lo sottolinea molto giustamente Walter Gross in un rendiconto dell'opera collettiva all'uscita del terzo ciclo: “La ragione per la quale il Libro dei Numeri resta sempre ancora il parente povero dei dibattiti è difficile da comprendere dal punto di vista dell'oggetto, ma spiegabile dal punto di vista della ricerca”, Gross avrebbe potuto includere nella sua lucida osservazione il Libro del Levitico che, anche vent'anni fa, appariva nelle discussioni ugualmente in modo molto marginale. Se oggi il Pentateuco è sempre in questione, lo statuto del Levitico e dei Numeri è considerevolmente cambiato; questi libri si trovano ormai al centro del dibattito.

 1 IL CAMBIAMENTO DEL DIBATTITO VERSO I LIBRI DEL LEVITICO E DEI NUMERI

   Io amerei sottolineare tre aspetti della ricerca attuale sul Pentateuco avendo largamente contribuito a questo cambiamento: la questione delle tradizioni pre-sacerdotali della Torah, la discussione sul carattere e la coerenza dei testi sacerdotali e, finalmente, il dibattito sul modo con cui la Torah si è costituita come documento fondatore del giudaismo nascente.

 1 La questione delle tradizioni pre-sacerdotali nel Pentateuco

    Esistono troppo poche opinioni consensuali nel dibattito attuale sulla formazione della Torah. La distinzione tra testi sacerdotali e non-sacerdotali costituisce senza dubbio uno di quei rari assiomi che rallentano, con poche eccezioni, la maggioranza dei ricercatori. È tuttavia diventato estremamente difficile considerare un documento, anzi una tradizione anteriore a P, che avrebbe contenuto tutto il filo narrativo del Pentateuco (origini, Patriarchi, esodo, Sinai, deserto [conquista]). Un certo numero d'autori continua a designare queste tradizioni con la sigla “J”, benché questo Javista sia sovente considerato come post-deuteronomico o post-deuteronomista. Ora, si constata che gli avvocati di J fanno molta pena a ritrovare le tracce di questo documento al di là del racconto dell'uscita dell'Egitto. Il risultato della ricostruzione di J da parte di Christoph Levin fa apparire una concentrazione di più dell'80% di testi Javista nel solo libro della Genesi, mentre dopo l'uscita dell'Egitto, i testi J tendono a mischiarsi; non resta per il libro dei Numeri che qualche versetto sparso nella pericope di Balam. Un passo supplementare è stato compiuto da Reinard G. Kratz, che limita “J” al solo libro della Genesi. In modo abbastanza stravagante, Kratz designa il primitivo filo narrativo andando dall'inizio dell'Esodo fino alla fine della conquista in Giosuè 12 con la sigla “E”, ma il materiale narrativo del Libro dei Numeri è quasi assente in questa ricostruzione; solo tre versetti (20,1*; 22,1; 25,1a) fanno parte di questa “Grundschrift” (scrittura fondamento?) Secondo tali ipotesi, il libro dei Numeri non sembra contenere materiale pre-sacerdotale. Anche gli esegeti che, come Horst, Seebass, restano vicini a Julius Wellhausen e a Martin Noth e lavorano con un Javista di epoca monarchica, devono riconoscere che nei Numeri, “J” o (“JE”) è sovente difficile da ricostruire. Essi rilevano in questo libro delle redazioni post-esiliche specifiche.

   Le ricerche degli ultimi dieci anni sulle tradizioni non-sacerdotali ha chiaramente fatto apparire la loro grande diversità e complessità. Dopo aver riscoperto l'indipendenza relativa delle tradizioni patriarcali in rapporto a quelle dell'esodo e della conquista, numerosi esegeti, sembrano attualmente ritornare ad “un'ipotesi dei frammenti”, secondo la quale il legame tra le differenti tradizioni non è stata che un'opera tardiva. In questa prospettiva, il libro dei Numeri pone la questione dell’origine e della funzione delle tradizioni del soggiorno nel deserto con maggior acutezza tanto più che i testi narrativi di Numeri sono difficilmente attribuibili a un J (o JE) o a un compositore o redattore deuteronomista.

 2 I dibattiti intorno ai testi sacerdotali

    Si può osservare un'evoluzione parallela nel dibattito sui testi non sacerdotali, che ha attirato l'attenzione dei ricercatori verso il libro dei Numeri, e la discussione intorno al materiale sacerdotale, suscitando un interesse del tutto nuovo (almeno in ciò che concerne l'esegesi storico-critica) per il libro del Levitico. La messa in discussione del paradigma wellhausiano porta innanzitutto a considerare l'esistenza di testi P e la loro datazione all'epoca esilica o post-esilica come un risultato solido delle ricerche esegetiche. A guardare da vicino, tuttavia, questa unanimità attorno a P sembra meno grande di quella che appare a prima vista. Bisogna mantenere la definizione di P come un documento indipendente oppure, seguendo Frank M. Cross, considerare i testi P come redazionali, concepiti dall'origine con lo scopo di modificare e di completare dei documenti più antichi? Benché questa soluzione trovi un certo numero di avvocati, gli argomenti in favore d'un documento P indipendente sembrano vincerla: si può in effetti, nel libro della Genesi e dell'Esodo, ricostruire (malgrado qualche lacuna) un racconto sacerdotale che offre una storia e una teologia coerenti delle origini del mondo e dell'umanità come degli inizi del popolo di Yhwh. Secondo Erhard Blum, l'alternativa “strato redazionale” o “documento indipendente” è mal posta; si può immaginare che gli autori, anzi i redattori sacerdotali, si siano impegnati sia a comporre liberamente certi passaggi della loro opera, sia a integrare dei testi già esistenti. Questa idea giudiziosa significa infatti l'abbandono di una differenza all'interno del materiale sacerdotale. In considerazione della quantità e della complessità dei testi qualificati “sacerdotali”, è tuttavia auspicabile , per un'esegesi che si interessa ai contesti storici e sociologici di produzione dei testi biblici, poter rintracciare gli sviluppi e le trasformazioni dell'ambiente sacerdotale. Il dibattito è evoluto in maniera significativa da una dozzina d'anni, innanzitutto per ciò che concerne la supposta finale del documento primitivo (Pg). Mentre i sostenitori d'un Esateuco primitivo situano la fine di Pg in Giosuè 18,1 o 19,51, l'opinione della maggioranza ha, finora, seguito l'avviso di Noth e situato la finale dello scritto sacerdotale in qualche versetto del racconto della morte di Mosè in Dt 34. Questa tesi seducente può ugualmente fondarsi su una comparazione con la mitologia del Vicino-Oriente antico dove la creazione si conclude frequentemente con l'erezione d'un santuario per il Dio creatore. Numerosi cercatori seguono la proposta di Pola, includendo qualche modifica, ma il dibattito è lontano dall'essere concluso. Christian Fevrel difende energicamente la teoria classica d'una fine P in Dt 34, mentre autori come Felix Garcìa e Jean Luis Ska, trovano questa fine in Numeri 27. Questa discussione ha per conseguenza di riportare la questione del legame tra il Levitico e il documento sacerdotale primitivo. Tradizionalmente, il Levitico non entra mai nel conto circa la delimitazione di Pg, poiché si considera, al seguito di Noth, il primo scritto sacerdotale come un'opera puramente narrativa. Questo concetto ha in realtà lo scopo di fare di Pg una fonte comparabile altre fonti del Pentateuco e di scaricarla di ogni legalismo o ritualismo al fine di renderla accettabile per una certa teologia cristiana. Ma che significa il fatto di parlare d'uno scritto sacerdotale eliminando a tutti i costi tutti i testi che parlano di riti, di sacrifici, di compiti dei preti ecc.? Si può in tal modo porsi la domanda di sapere se il racconto sacerdotale può realmente concludersi senza riportare la consacrazione dei sacerdoti e l'inaugurazione del culto. Questa osservazione conduce Erich Zenger a vedere la fine di Pg in Levitico 9. Noi ritorneremo su questa questione. Notiamo per adesso che, durante questi ultimi anni e nel legame col grande interesse per i testi sacerdotali, l'esegesi d'origine cristiana (e più in particolare protestante) particolarmente dopo i lavori di Alfred Marx sul significato di sacrificio, e del commentario di Rolf Rendtorff, riscopre l'impatto teologico del sacrificio e del rituale e per questo aspetto, del libro del Levitico. Dal lato giudaico, bisogna menzionare i numerosi studi e l'importante commentario di Jacob Milgrom che hanno largamente contribuito a fare del Levitico un campo d'investigazione capitale.

 3 Il dibattito intorno alla “pubblicazione” del Pentateuco in epoca persiana

    Un altro spostamento importante della ricerca recente sul Pentateuco tocca la questione delle modalità di una prima edizione della Torah nella seconda parte dell'epoca persiana. Se c'è quasi unanimità su questa data, molti elementi restano da precisare circa gli “attori” e le “circostanze” storiche della nascita del Pentateuco. Questo non è il luogo qui di riaprire il dossier complesso della cosiddetta “autorizzazione imperiale”, che non può in ogni modo render conto dell'insieme del processo che ha condotto alla nascita di un documento riconosciuto come normativo dall'ortodossia del giudaismo nascente come dai samaritani. Anche se non è molto plausibile che l'amministrazione achemenide abbia sollecitato la pubblicazione della Torah, un testo come Esdra 7 vuol fare legittimare la Legge dal Gran re persiano. Non si considera quasi più la messa in comune di differenti documenti riuniti nella Torah come il risultato del lavoro solitario di uno o di più compilatori; da un certo tempo, si avanza l'idea del Pentateuco come un “documento di compromesso” o “documento di consenso” . Questa spiegazione è senza dubbio valida, a condizione di non limitare questo consenso a una pubblicazione comune di un gruppo sacerdotale e di un gruppo “laico”. La Torah contiene molte più voci e ideologie di quelle del clero e dei deuteronomisti, così per esempio la storia di Giuseppe, che si presta a essere letta come un patrocinio in favore della diaspora (egiziana). È merito di Eckart Otto di avere insistito sull'importanza dei codici legislativi per comprendere la formazione del Pentateuco. Se gli editori o i redattori del Pentateuco volevano, nello stesso documento, riunire il codice dell'Alleanza, il codice deuteronomista (che all'origine era stato concepito per rimpiazzare il codice dell'alleanza) e la legislazione sacerdotale, bisognava concepire dei testi che permettessero una coabitazione di questi documenti. E' così che Otto riscopre una funzione possibile del cosiddetto “codice di santità” (Lv 17-26) Di colpo la seconda parte del Levitico riceve da un po' di tempo una attenzione tutta particolare, come mostra la lista delle pubblicazioni consacrate a questi capitoli.

L'interesse per le ultime tappe della formazione del Pentateuco conduce così a rivisitare il libro dei Numeri con un'attenzione del tutto nuova. Se si dimostra che il libro contiene prima di tutto dei testi post-sacerdotali, come afferma in particolare Eckart Otto e Reinhard Achenbach, o se è, seguendo Seebass, il risultato di una “composizione tardiva” che coincide con la pubblicazione di un (proto) Pentateuco, non si può proporre una teoria globale sul Pentateuco, senza avere chiarezza sulla formazione del libro dei Numeri.

    Noi abbiamo visto come le domande recenti sulla diversità dei testi non-sacerdotali, sulla differenza e sullo scopo del materiale sacerdotale, così come sugli ultimi stadi della nascita della Torah, spostare i libri del Levitico e dei Numeri, dalla periferia al centro dell'interesse.

   Questo spostamento si manifesta in maniera esemplare in un certo numero di pubblicazioni consacrate ai libri del Levitico e dei Numeri. Per il Levitico bisogna soprattutto citare due opere collettive: “Levitikus asl Buch”, edito da Heinz-Josef Fabry e Hans-Winfried Jungling, e “The Book of Leviticus: Composition and Reception”, edito da Rolf Rendtorff e Robert Kugler. Questi due libri riflettono molto bene il nuovo orientamento della ricerca: si cerca di capire il Levitico non più come un “Flickenteppich” (tappeto cucito di pezze e bocconi), secondo l'espressione di Erhard Gerstenberger) ma come un libro che abbia senso e lo si interroga sulla funzione e lo scopo delle sue differenze che lo compongono. Che mi sia permesso di citare fra le opere salienti, la tesi di dottorato di Christophe Nihan: “From Priestly Torah to Pentateuh: A study in the Composition of the Book of Leviticus” In questo lavoro importante, l'autore propone una teoria redazionale che spiega la formazione dell'insieme del libro così come la sua funzione, dapprima nell'ambiente sacerdotale, poi nel contesto del Pentateuco. Per il libro dei Numeri non esiste ancora un'opera collettiva paragonabile ai due segnalati per il Levitico. Tre pubblicazioni mi sembrano significative per il nuovo orientamento della ricerca. (tralascio le tre citazioni di questi libri scritti in inglese, i cui titoli si possono trovare a pag. 13 del testo in francese.)

    Non è possibile, nel quadro di questo articolo, render conto in maniera esaustiva delle tesi sviluppate in queste opere e di molti altri lavori importanti consacrati ai libri del Levitico e dei Numeri. Io amerei qui semplicemente presentare qualche tema e importanti domande che sorgono nello studio di questi testi.

 II IL LEVITICO, CENTRO DELLA TORAH E FINALE DELL'OPERA SACERDOTALE?

    Il posto centrale del Levitico nel Pentateuco è riflesso nel giudaismo dalla pratica che vuole che si incominci lo studio della Torah dalla torat kohanim, il libro del Levitico. L'esegesi cristiana, quanto a lei, si è recentemente resa conto di questa posizione privilegiata tramite degli studi sincronici sull'organizzazione del Pentateuco o del Levitico. Non c'è dubbio che l'edizione d'un rotolo Levitico corrisponde a un progetto teologico e che essa non è dettata semplicemente dalla necessità pratica di ripartire la Torah in più rotoli in vista di una maggiore maneggevolezza. Se fosse stato questo il principio di ripartizione del Pentateuco, si sarebbe potuto optare molto meglio per tre o quattro rotoli di uguale lunghezza. Bisogna dunque porsi la domanda circa la specificità di questo libro. La maggior parte degli studi sulla composizione del Levitico sottolineano il posto centrale del capitolo 16; il rituale del capro espiatorio può essere compreso come conclusione d'una prima grande parte, anzi come cerniera situata al centro del rotolo. Lev 1-15 (16) tratta di questioni di sacrifici, di purità e s'indirizza al sacerdozio, mentre i capitoli 17-26 allargano l'esigenza di santità all'insieme della comunità, introducendo maggiormente questioni di ordine etico.

 1 L'origine e la funzione di Lev 1-16 e suo legame con il “documento sacerdotale”

    Si constata attualmente un cambiamento importante nelle ricerche sulle prescrizioni dei sacrifici in Lev 1-7 e Lev 11-15. Invece di voler ricostruire vecchie forme (orali) d'istruzione per i sacerdoti o per i laici, si insiste sulla funzione letteraria di questi testi. Marx vede nell'organizzazione di questi capitoli un indizio che dimostra che, per P, “il culto sacrificale non è un affare riservato ai sacerdoti, ma che è innanzitutto affare di ciascun israelita.” e James Watt insiste sul carattere persuasivo di questi testi. (lunga citazione in inglese cfr pag.15-16) La questione, tuttavia, rimane di sapere se non bisogna innanzitutto comprendere i capitoli della prima parte del Levitico in un contesto letterario più specifico, vale a dire: il disegno della produzione letteraria dell'ambiente sacerdotale. Questa questione è stata raramente posta, perché, secondo la visione tradizionale dell'esegesi storico-critica, le sole parti narrative di Lev 8-9* aveva delle possibilità di appartenere al primo scritto sacerdotale. Ora, come ha dimostrato recentemente Nihan, Lev 8-9 presuppone Lev 1-3 sul piano del vocabolario e della logica narrativa, o per riprendere un'osservazione di Marx, “il primato della delle leggi sui sacrifici vengono […] da questo che i sacrifici hanno per funzione fondamentale di rispondere alla presenza di Dio fra il suo popolo”. Questa presenza è giustamente affermata dalla presenza del kabod (della Gloria) nel santuario, in Es 40. Non è infatti possibile far seguire il racconto della consacrazione di Aronne e figli dal racconto dei primi sacrifici offerti in Lev 8-9 senza che questi sacrifici siano stati introdotti da prima. In Lev 1-3 e 8-9, la situazione privilegiata di Israele, che è la sola Nazione a conoscere il vero nome di Dio (Es 6,2s) si concretizza nel culto sacrificale. L'insistenza sull'offerta vegetale in Lev 2, che tradisce forse un'influenza persiana, rinvia all'utopia vegetariana di Genesi 1. Ciò significa che bisogna abbandonare definitivamente l'idea ricevuta di un primo scritto sacerdotale privo di qualunque contenuto d'ordine rituale o prescrittivo. L'autore del racconto sacerdotale ha potuto servirsi di documenti più antichi che è impossibile da ricostruire in dettaglio ma li ha reinterpretati fino a che essi divennero parte integrante della sua opera sulle origini d'Israele e del suo culto che lo distingue dalle altre nazioni. Se i capitoli di Lev 1-3 e 8-9 offrono una conclusione convincente all'istituzione del santuario, bisogna allora riprendere la tesi di Zenger ricordata prima e vedere in Lev 9, 23-24 la finale del documento sacerdotale primitivo? Bisogna pure riconoscere che l'insieme dei capitoli 11-15 non avrebbero allora molto senso. Questi capitoli che hanno probabilmente, come Lev 1-3, una preistoria letteraria, s'integrano anch'essi molto bene nell'ideologia del racconto sacerdotale delle origini. La lista degli animali puri e impuri in Lev 11 così come le differenti indicazioni permettendo di diagnosticare e trattare ogni sorta di impurità in Lev 12-15, le quali possono essere spiegate con l'aiuto di differenti approcci di tipo antropologico e sociologico, rinviando, nel quadro dello scritto sacerdotale, ai primi capitoli della Genesi. Leggere alla luce di Gen. 1 e 6-9* infatti, la restrizione di animali adatti al sacrifico e dunque consumabili, distingue Israele dagli altri popoli e lo avvicina alla creazione ideale, segnata dal vegetarismo. Lo stesso, la possibilità di poter “controllare” l'impuro ricorda la preoccupazione del racconto della creazione: istituendo l'ordine mediante la separazione e il controllo del caos. In questa prospettiva, si può facilmente immaginare che il primo scritto sacerdotale abbia integrato una parte importante del materiale legislativo - che d'altra parte, nella sua forma attuale, sottolinea la mediazione indispensabile del sommo sacerdote rappresentato da Aronne – e che sia terminato in Lev 16*. Questo capitolo offre in effetti una conclusione appropriata al documento sacerdotale primitivo: la purificazione del santuario e della comunità così come l'invio del capro verso Azazel assicurano definitivamente la presenza di Yhwh in mezzo al suo popolo. Si può così vedere un ultimo climax nel fatto che in Lev 16, Aronne entra per la prima volta nel santo dei santi sostituendo Mosè in quanto mediatore cultuale.

   Se si postula un racconto sacerdotale primitivo che va da Gen 1 a Lev 16, resta la questione di sapere perché Lev 1-16 è stato messo su un rotolo separato, mentre il rotolo sacerdotale di Gen-Es* avrebbe ben potuto contenere ancora i testi facenti parte del racconto “P” originale (1-3*; 8-9*; 11-16*). È necessario spiegare la separazione tra Es 40 e Lev 1 con il fatto che, contrariamente a Gen 1-Es 40 (P), il materiale di Lev 1-16 esisteva già in gran parte sotto forma di documenti scritti?

La ricostruzione del testo P da Gen 1 a Es 40 e del testo primitivo di Lev 1-16 rivela due testi di lunghezza uguale. Ci si può dunque domandare se il primo documento sacerdotale non sia stato subito consegnato su due rotoli distinti “la cui lettura e meditazione costituivano allora due stadi successivi dell’iniziazione dei membri della comunità del Tempio  Gen-Es rappresentano in qualche modo lo stadio “esoterico”(della creazione alle origini del Tempio) e Lev 1-16 lo stadio “esoterico”, con la rivelazione della Torah divina ”. Oppure bisogna semplicemente adottare l'idea che il primo racconto sacerdotale si concludeva in Es 40, e che sia stato completato in seguito dal materiale di Lev 1-16? La questione resta ancora aperta. Nonostante che sia ormai divenuto impossibile escludere Lev 1-16 dal dibattito sull'origine degli scritti sacerdotali.

 2 Lev 17-26 e la questione del codice di santità

    Le interpretazioni della seconda parte del Levitico sono attualmente di una grande diversità: Mentre alcuni ricercatori restano fedeli all'idea di un codice legislativo che troverebbe la sua origine all'epoca monarchica, degli altri (in particolare E. Blum, F.Crusemann e A.Ruwe) ritengono che i capitoli Lev 17-26 facciano parte integrante di P. Ora, come hanno dimostrato in particolare Israel Knohl e Jacob Milgrom, questi capitoli si distinguono sul piano terminologico e teologico dai testi sacerdotali che tuttavia sembrano conoscere. Lev 17-26 sembra d'altra parte presupporre anche il codice deuteronomico (e per conseguenza anche il codice dell'alleanza). Gli esegeti che si oppongono all'indipendenza del “codice di santità” hanno spesso fatto rimarcare che il capitolo 17 non costituisce un'introduzione indipendente. Questa obiezione è tolta tuttavia se si considera l'insieme di Lev 17-26 non come uno scritto indipendente, ma come redatto insieme in quanto complemento a Lev 1-16. Otto ha recentemente provato a dimostrare a più riprese che l'autore del codice di santità voleva armonizzare le altre collezioni legislative della Torah nascente (il calendario delle feste in Lev 23 riprende Es 23,14-17 e Dt 16 ma adotta, contro questi testi la data precisa di P per celebrare la Pasqua. Contrariamente a P ma, in conformità con Dt 16, la Pasqua è posta in apertura della settimana degli azzimi). Questa messa in relazione di differenti codici non produce per forza un codice il cui scopo sarebbe l'applicazione concreta delle prescrizioni ma, piuttosto, come ha dimostrato Hanna Liss, un codice “fittizio” il cui scopo è “da una collezione di testi giuridici, lasciare per dopo un'applicazione aperta a diventare testo” cioè: registrare nella Torah il fondamento dell'esegesi rabbinica. Questo fenomeno può essere illustrato con l'aiuto di Lev 17, che, come diciamo sovente, vuole correggere Dt 12 ( e anche Gn 9,3-4P) vietando ogni macellazione profana. Questa interdizione, assurda nel contesto della diaspora, non ha senso sul piano letterario, cioè nella finzione del testo, secondo la quale tutto Israele è accampato intorno al mishkan. Secondo Otto, Lev 17-26 appartiene alla redazione del Pentateuco ma, il vocabolario di questi capitoli, sembra invece militare in favore di una redazione specifica che si può chiamare, seguendo Knohl e Milgrom, “scuola/redazione di santità”. Questa redazione, di cui il terminus ad quem potrebbe essere il papiro pascal di Elefantina del 419 prima della nostra era, ha senza dubbio aggiunto un certo numero di testi in Esodo. Questa nuova visione del codice di santità, se non raggiunge l'unanimità, potrebbe spiegare bene numerosi particolari di Lev 17-26. Se lo scopo di questi capitoli consiste nell'armonizzare (sul piano letterario) dei codici più antichi, si pone la domanda di sapere per quale contesto letterario essi sono stati redatti. Si trattava d'un “proto Pentateuco” contenente già il Deuteronomio? Che cosa allora dei Numeri? E come spiegare in questo quadro la doppia finale del Levitico?

 3 La doppia finale del Levitico: Lev 26-27

    Come quella di Giosuè (23 e 24) il libro del Levitico si chiude con una doppia conclusione, che ha richiamato poco l'attenzione degli esegeti. Non c'è infatti alcun dubbio che questo capitolo non vuole solo concludere il codice di santità, ma l'insieme della rivelazione della Torah, anzi un “Tritoeuco” (Gn-Lev). Lev 26,40-45 combina le due tradizioni dell’alleanza, la “berit” con i Patriarchi e l'alleanza conclusa con la generazione dell'esodo, e allo stesso modo, la teologia sacerdotale e la teologia deuteronomista. Le maledizioni in caso di non rispetto della legge sono chiaramente costruite in parallelo con Dt 28. Come Dt 28, Lev 26 chiude la serie delle maledizioni con l'annuncio della deportazione e la descrizione di una vita in esilio (cfr Dt 28,58-68 e Lev 26, 31-38), ma contrariamente a Dt 28,68 che si conclude con l'annuncio del ritorno in Egitto

(cfr. 2Re 25,26), Lev 26 prevede nel finale (vv 40-45) la possibilità d'un avvenire, mediante la riaffermazione dell'alleanza esodica. Questa struttura di Lev 26 che, nei suoi ultimi versetti sembra voler opporsi alla visione della storia Dtr, suggerisce dunque una conclusione parallela, ma forse anche concorrente, a quella del Deuteronomio. È da qui possibile immaginare una prima Torah “sacerdotale” che non conteneva il Deuteronomio (né i Numeri)? Le allusioni al Deuteronomio in Lev 17-26 sarebbero allora da comprendere non come sforzo d'integrazione del libro, ma piuttosto come una strategia di sostituzione, come in precedenza Deuteronomio era stato concepito per sostituire il codice dell'alleanza. Esiste forse un'attestazione di tale “Tritoeuco” nelle testimonianze di Ecateo d'Abdera sui giudei d'Egitto alla fine del quarto secolo prima della nostra era, Ecateo cita un documento di Mosè che si conclude così: “Alla fine delle leggi si trovano scritte queste parole: Mosè ha udito queste parole da Dio e le trasmette ai giudei”. Secondo certi autori, si tratta d'una citazione approssimativa della fine del libro del Levitico. Adottando l'ipotesi secondo la quale Lev 26 rappresenta la conclusione d'un insieme Gn-Lev, si può più facilmente spiegare l'aggiunta della nuova conclusione in Lev 27. Come ha dimostrato Wilfred Warning, Mary Douglas e altri, questo capitolo riprende i temi di Lev 26, il cui scopo è di sottolineare l'unità del libro del Levitico e di rendere così